venerdì 30 maggio 2008

Hammers Trio - Demo Maggio 2008

Con i Bombetta's che sembrano entrati in una sorta di hiatus, (così si dice quando un gruppo non si scioglie ma non si ritrova per un certo tempo senza un motivo vero e proprio), fortunatamente mi trovo coinvolto nell'Hammers Trio con qualche speranza di suonare live dopo il mini-gig alla fiera delle chitarre al Naima che a quanto pare ha dato responsi positivi. Così una sera ci siamo recati in uno studio a Faenza (oddio non ricordo il nome, so solo che il responsabile è un ragazzo chiamato Lugi e in cabina regia c'era il gentilissimo Mingus) e abbiamo registrato in presa diretta
i 5 pezzi di Vaughan che fanno parte per ora del nostro repertorio.
Siamo abbastanza soddisfatti del prodotto finale e abbiamo in programma l'ampliamento con altre cover su indirizzo maggiormente vintage (ad es. Cream). Per adesso questo piccolo promo serve per cercare di raccattare qualche data in vista dell'estate!

Hammers Trio - Demo Maggio 2008

Therapy? - Caucasian Psychosis (1992)

Per un paio d'anni, prima di banalizzare il proprio sound i Therapy? sono state una delle formazioni più forti in ambito noise della Gran Bretagna, non proprio una nazione produttiva in questo senso. Una devastante miscela di punk, metal e industrial caratterizzava i 2 mini-album che vennero qui ristampati dalla Touch & Go. Le scorribande martellanti di Ewing, il basso pulsante di MacKeegan e il chitarrismo sporco intriso di feedback di Cairns componevano una furiosa ricetta che in piena epoca grunge seppe procurarsi il proprio seguito di fans.
Non c'è un momento di pausa in questi 13 pezzi, in cui le influenze sembrano provenire dalla new-wave più cattiva, (il giro di basso iniziale di Fantasy bag ricorda molto Isolation dei Joy Division) e da certo noise americano anni '80. Non mancano anche ritornelli a facile presa che più tardi attecchiranno radicalmente nell'impianto sonoro del trio.
Molto valido sarà il passo successivo, Nurse, più variegato e meglio prodotto. Ma a partire da Troublegum si adegueranno ai canoni pop-punk che sbancavano il mondo in quegli anni, perdendo occasione di diventare un gruppo adulto e personale. Eh, le major.....

Therapy? - Caucasian Psychosis (1992)

giovedì 29 maggio 2008

Three Mile Pilot - Nà vuccà dò lupù (1992)

Sono molto eccitato all'idea che stia per uscire il disco del loro ritorno, dato che dieci anni sono passati e nonostante non si siano mai sciolti sono stati sulla cresta dell'onda con quelli che poi sono diventati i loro progetti principali. I reciproci messaggi di inalterata stima fra Zack Smith e Pall Jenkins non sono mai mancati nelle rispettive interviste; semmai c'era il sincero dubbio su quale direzione avrebbero preso le nuove composizioni. Comunque sembra che siamo proprio in dirittura d'arrivo e dovrebbe uscire entro l'anno su Touch & Go. Intanto perchè non riascoltarsi il loro storico debutto dal titolo alquanto bizzarro, con cui i 3MP, appena ventenni, sconquassavano il mondo dell'art-punk?
NVDL è un'ora abbondante di nevrosi asciutte e talentuose. L'aspetto principale che lo caratterizza è l'assenza di qualsiasi chitarra. Soltanto col disco successivo Jenkins avrebbe imbracciato la sei corde, mentre qui si rivela al mondo come grande vocalist dal registro acuto e caldo allo stesso tempo. Al liquido basso l'extraordinaire Zack Smith si prendeva carico dell'intero registro melodico con una raffica di bicordi, armonici e quant'altro (con pochissimi overdubs udibili), seguito magistralmente da Tom Zinser alla sferragliante batteria.
Assolutamente memorabile l'incipit, One step ladder, ovvero una lezione su come fare emo-core rallentato e imploso. Jenkins gioca sornionamente con i raddoppi facendosi i cori da solo, Smith fa subito sobbalzare con i suoi ghirigori sui toni alti. Si può essere virtuosi senza essere auto-indulgenti? In questo caso sì, in primis perchè l'umore generale varia dal nero al grigio-scuro. Sore loser è una progressione tanto fantasiosa quanto oscura, Slow-hand è un energetica applicazione grunge.
Le uniche influenze rintracciabili sembrano provenire dalla new-wave, anche se il retroterra hardcore non è trascurabile: Walking with your mother, Horse sweat, Feeling bald, Huvakraft sono treni lanciati a grande velocità che hanno l'epica dell'emo anche se i suoni sono scarnificati.
Pin Hut, Illwrath, Paralyzed, Dirt on the flag mud on the wheel contengono situazioni più meditate, songs sghembe con un retrogusto di gotico che le rende originalissime. Unicycle silencer è l'unico pezzo con un'ospite che suona il corno francese (!).
Nonostante la loro grande abilità, ovviamente non ottennero successo oltre lo stretto underground. Le evoluzioni successive mostrarono una band che non si adagiava certo su un unico stile ma di fatto ne incrinarono l'unità, determinandone la separazione. Aspetto con ansia il loro ritorno.

Three Mile Pilot - Nà vuccà dò lupù (1992)

mercoledì 28 maggio 2008

VV.AA. - I Cinco Anos (1995 Trance Syndicate Records)

Un altro caposaldo dell'indie americano dei 90's, la Trance Syndicate faceva capo al batterista dei Butthole Surfers ed ha avuto vita esattamente per la durata del decennio, salvo proseguire un'attività molto più rarefatta con la satellite Emperor Jones. Qui si festeggiava il lustro di attività con un sampler di 20 pezzi che pescava quasi esclusivamente nel rooster con pezzi inediti, alternate takes, debutti assoluti, 7" limitatissimi e via andare. La TS ha avuto il merito di far valere la propria voce nell'underground stelle e striscie proponendo prettamente gruppi texani non necessariamente simili fra loro, anzi, si svariava fra parecchi tipi di proposta. I nomi più importanti che spiccano nella lista sono gli immensi Bedhead con la tipica working song The dark ages, gli stessi Butthole Surfers con un remix di The lord is a monkey, o l'inattesa partecipazione nientemeno che di Rocky Erickson in veste campestre! Ma nel lotto la varietà è a dir poco sterminata. Mentre Coffey si ostinava a promuovere a spron battuto bands davvero mediocri di power-pop (Starfish) o noise-pop (Sixteen Deluxe) con ben 2 pezzi in scaletta, faceva debuttare due oscurissimi e notevoli nomi di cui credo non sia mai stato pubblicato altro (ma non sono sicuro), come il desert-rock spettrale dei Desafinado o il melmoso incrocio Joy Division-Nirvana dei Lowbrow. My Dad is Dead impreziosiva il lato pop con la splendida I had a dream. I Furry Things saturavano i diffusori con l'acidissima Everything new (assolutamente da ripescare il loro primo disco), i Pain Teens si camuffavano da Siouxsie & the Banshees in pellegrinaggio in India, mentre l'unica proposta inglese era rappresentata dai validissimi Ac Acoustics che sfoderavano uno dei loro migliori titoli, Love lies broken pieces.
Sul versante strettamente noise i Johnboy erano nettamente sopra chiunque; con Bob And Cindy spazzavano via letteralmente tutto, roba da far impallidire gli Helmet con chitarre al vetriolo, voci impazzite e un energia impressionante. I veterani Cherubs davano una ottima prova con Quitter, appena sufficienti gli Ed Hall.
Bocciati invece Crust, SweetPea e Drain, sfocati e fuori luogo.

VV.AA. - I Cinco Anos (1995 Trance Syndicate Records)

martedì 27 maggio 2008

Swervedriver - Mezcal head (1993)

Sembra che anche loro si stiano per riunire, dopo quasi 10 anni di hiatus. Guardare agli anni '90 inglesi significa ricordare anche gli Swervedriver e i loro impasti deliziosi di noise-pop-psichedelico. Contemporanei e concittadini dei Radiohead, sono stati una delle migliori evoluzioni dello shoegazing britannico, ma più libero da forme canoniche. In Mezcal Head furono assistiti da una grande ispirazione al songwriting e da una regia che assicurò loro un sound potente e perfettamente sporco (!). Come hanno già messo per iscritto autorevoli fonti giornalistiche, le influenze in ordine sparso erano Love, Stooges, Who, Dinosaur Jr e altri ancora. Le melodie cristalline cantate fragilmente dal rasta Franklin erano avvolte (non sotterrate, attenzione) in torrenziali tour-de-force sonici.
Mezcal Head è fondamentalmente un monumento di produzione chitarristica, dove Hartridge e lo stesso Franklin scorrazzano a destra e manca con suoni aciduli, stridenti e muraglie di accordi che riscrivevano 25 anni di storia del rock aggiornata al 1993.
For seeking heat, Duel, Last train to Satansville, sono i numeri più infuocati in cui l'interazione del quartetto appare splendidamente compatta. A change is gonna come, Girl in a motorbike, Blowin' Cool sono le caramelle pop ricoperte di ispido fuzz che avrebbero potuto ipoteticamente far eleggere gli SD a gruppo simbolo del brit-pop se il giornalismo inglese avesse pensato soltanto alla qualità della musica e non al gossip.
Non c'è un pezzo scarso o inutile, e pensare che in tutto dura quasi 70 minuti. Per me Mezcal Head è un disco tipicamente estivo, che ispira lunghe autostrade americane nel deserto (non a caso Duel era ispirata al primo leggendario film di Spielberg!) e disseta come un bicchiere d'acqua fresco in un torrido pomeriggio di luglio.

Swervedriver - Mezcal head (1993)

domenica 25 maggio 2008

Bay - Happy Being Different (1995)

Essendo io un fan sfegatato degli Arab Strap, non mi sono certo potuto esimere dall'esaminare le 2 prove dei Bay, progetto del songwriter di Falkirk Jason Taylor che aveva in un Aidan Moffat giovanissimo e irriconoscibile (capello lungo, viso sbarbato e magrissimo!!!) il suo compagno alla batteria. Happy being different sarà il canto del cigno, giacchè Moffat era già in procinto di lanciare gli Arab Strap con Middleton e Taylor perdeva interesse nella musica, salvo poi sparare a zero (fonti non confermate, s'intende) su Moffat per aver ripreso alcune sue idee sui primi dischi degli AS.
Beh, cosa dire? Taylor era autore di uno slow-core che raccoglieva evidenti influenze di Codeine e Red House Painters, mica due bands qualsiasi.... Il suo stile era indubbiamente derivativo ma l'ascolto è sempre molto gradevole per chi ama il genere. Four miles apre subito in moviola, le chitarre sono ordinate e pulite salvo qualche rasoiata così come Spleen, titolo programmatico e brillante. Embossed and embellished è una ballad disincantata in puro Kozelek-style. (Parentesi personale: Il sapore melodico-amaro di questo disco mi ricorda esattamente il periodo dei mid '90, in cui lo slow-core era all'apice della propria espressività ed io, ventenne trasognato, lo divoravo da mattina a sera contagiando anche la ragazza del periodo, dark-lady amante della musica classica).
A shock in store for pigsy, strumentale dispari vagamente slintiano, forse sì, questo ha influenzato il primo album degli AS. Ma Taylor aveva la tendenza a mantenere tutto troppo in ordine, senza impennate di delirio o creatività folle. Kate è afasia totale per diversi minuti, il tentativo di imitare le suite epiche dei RHP naufraga un po' ma ripeto, solo gli amanti più sfrenati di questo genere potranno ascoltare con piacere.
In tutto questo panorama il buon Moffat faceva il suo onesto compitino di batterista, ma le sue idee liriche avevano troppo bisogno di essere condivise col mondo e aspettavano solo di trovare un compagno che si ponesse sulla sua stessa lunghezza d'onda. Ben presto si contenderà una ragazza con un rosso di nome Malcolm....e la leggenda avrà inizio.

Bay - Happy Being Different (1995)

sabato 24 maggio 2008

God Machine - Singles 91-93

Come già scritto nel primo post di questo blog, i God Machine per me rappresentano qualcosa di veramente importante a livello umano oltre che musicale perchè li scoprii in una fase dell'adolescenza (16-17 anni) in cui ero decisamente stanco delle solite cose e cercavo novità fresche ed eccitanti. Così comprai per la prima volta Rockerilla nel gennaio del 1993 e dentro c'era una recensione di Giancarlo Costamagna che mi lasciò estasiato....Col tempo imparai che normalmente il suo grande dispiego di parole ad effetto era esagerato ma a me era bastato procurarmi una copia di Scenes per eleggererli gruppo rivelazione. Era il periodo del grunge e c'era un gran bel fermento, iniziavo a scoprire l'undeground e i GM rappresentavano una sintesi moderna di tutto ciò che amavo: i punti di partenza erano i Led Zeppelin e Cure, il punto di arrivo era una musica potente e atmosferica, prodotta divinamente e senza artifici.
Qui ho condensato i 4 EP che hanno pubblicato in vita cercando di metterci tutto: considerando che esistono tracce iper-rare provenienti da promo ed edizioni limitate, la qualità a volte è povera ma serve comunque a documentare.
Purity EP (1991) - (Tape Rip) : Il primo importante passo su Eve; penso divertito alla reazione di Chris Parry , boss della Fiction che li avrebbe ingaggiati subito dopo, all'ascolto di queste 3 trax. Non ci sarebbero stati grandi stravolgimenti nei rifacimenti successivi, perchè la maturità era già abbondantemente espressa. C'era già il quartetto d'archi nell'intro e la torrenziale elettricità di Purity, c'era già la muraglia immane di Home e la perdizione gotica di Blind Man.
Desert Song EP (1992).
Primo passo su Fiction, i tre sono liberi di esprimersi con mezzi importanti e in una forma incredibile. La prima versione di Desert song si libra per 8 minuti nell'aria a mille metri d'altezza, toccante. Prostitute è compattissima ed imponente nel suo incedere, splendido l'interplay delle chitarre. Commitment è un lento macigno wave-psych-metal, fenomenale. A chiudere la divagazione intimista di Pictures of a bleeding boy, 8 minuti di atmosfera dimessa che avrà fatto invidia a Robert Smith.
Ego EP (1992) (Tape Rip): La title track non c'è perchè uguale a quella apparsa sull'album. Gli altri due pezzi sono le versioni integrali non tagliate. Temptation viene ri-battezzata the experimental zen mix, l'incubo psico-rumorista a ruota libera aveva un finale di cori gregoriani in stile dark-ambient che non conoscevo prima. La soundtrack immaginaria di Austin (che difatti sopo la morte di Fernandez si sarebbe messo a fare il regista) Piano Song invece aveva un finale troncato ed improvviso.
Home EP (1993): Questo fu eletto da Claudio Sorge singolo del mese ed uscì in almeno 5 versioni diverse, con spargimento di 5 covers fra le varie edizioni. Sheppard e compagni forse non avevano pezzi inediti pronti, e difatti di lì a poco si sarebbero mossi a Praga alla ricerca di nuove ispirazioni. Le influenze wave sono tributate: Double Dare dei Bauhaus è caotica ed allucinata, All my colours di Echo & The Bunnymen onirica e mistica. Successivamente scoprii le versioni originali e conclusi che preferivo le rendition dei GM.
Spiazza non poco un classico del pop-soul come Fever, motivetto facile immerso in una cupa location squarciata da echi sordi e rintronanti. Sulla rete sono riuscito a trovare anche What time is love, cavalcata post-industriale apocalittica e minimale.
Infine, la perla che fu fatta uscire solo ed unicamente sul 12", quindi ancora più introvabile! La massiccissima Train, cover dell'oscurissimo gruppo garage dei Morlocks, fu trasmessa dal benemerito Sorge che aveva una rubrica settimanale sulla Radio Rai in quegli anni. Fortunatamente il mio miserissimo stereo compatto era sul Rec e sono riuscito a conservarla in uno stato decente fino ad oggi.
Nonostante tutto la mia speranza rimane sempre una: la stampa di un box-set che scavi negli archivi fino a chiudere ogni discorso di inediti o rarità. A 14 anni dalla morte di Jimmy, penso che se lo meriterebbero.

God Machine - Singles 91-93

venerdì 23 maggio 2008

Blind Idiot God - Blind Idiot God (1987)

Le ultime derive dissonanti dei Black Flag senza Rollins furono ampliate e portate alle estreme conseguenze da questo oscuro trio americano dal nome che suona quasi come una bestemmia ma in realtà è una citazione letteraria....Furono ingaggiati dalla SST e pubblicarono quest'esordio, questo fiume di lava in piena. Li sentii citare per primo da Page Hamilton degli Helmet, che li considerava uno dei suoi gruppi preferiti in assoluto.
Parlare di math, hardcore o post-rock per i BIG è pressochè superfuo. In primo luogo avevano una tecnica strumentale paurosa e citavano come influenze compositori classici e d'avanguardia. La prima parte di BIG è un rollare rovinoso su asperità glaciali di chitarre e ritmi furiosi. L'axemen Andy Hawkins scudiscia e flangerizza il sound con accordi inusitati e assoli vorticosi. Non sarà poi così indifferente l'influenza che eserciteranno sui Don Caballero che di lì a qualche anno si formeranno. Dark and bright rallenta un attimo la presa micidiale con un basso slappato e un motivo metal-arabeggiante.
Poi nel finale, a sorpresa, il gruppo vira a 360° e tira fuori 3 pezzi dub rilassatissimi e caracollanti come da copione, ma come sono ben fatti!
Come se Jah Wobble avesse fatto un EP con Greg Ginn....

Blind Idiot God - Blind Idiot God (1987)

giovedì 22 maggio 2008

My Dad Is Dead - Shine(r) (1996)

Un uomo talmente segnato dalla morte del padre da chiamare il suo progetto musicale con uno pseudonimo tanto raggelante quanto laconico. Mark Edwards è un cantautore americano che da oltre 20 anni fa dischi nell'underground, con zero speranze di successo. Ed oltretutto nemmeno la critica lo ha salutato con tanto entusiasmo, confinandolo di fatto in una nicchia oscurissima. Negli anni '90 la Trance Syndicate lo mise sotto contratto e comprai questo Shine(r) dopo aver sentito il suo ottimo contributo alla compilation I Cinco Anos.
Non si trattava di un album di inediti ma di una raccolta che comprendeva un EP di qualche anno prima, estratti da flexi o split più una manciata di inediti ripescati. Nel complesso il disco in effetti soffre di una certa discontinuità ma è molto interessante nell'inquadrare un songwriter che manifesta il proprio disagio esistenziale fra rock chiaroscurale e pop-folk. Lo definirei quasi una versione spleen dei Guided By Voices.
Molto riusciti i pezzi più aggressivi come Like a Vise, 20 Years Deep e All my strength, in cui la grinta è chiara conseguenza di una disperazione. In Nothing special un riff circolare di rara bellezza maschera la monotonia effettiva della song. Gone gonna rise è la ballata acustica meglio riuscita del lotto, Always & forever è la sua revisione rilassata della new-wave. Babe in the woods è la migliore composizione, con quella girandola di chitarre multicolori dal sapore classicamente americano.
Altrove affiora una certa ruffianaggine che, oltre che inadeguata al personaggio, appare davvero scontata e venuta anche male. Nulla che tolga rispetto ad Edwards, comunque, che resta un cantautore minore e niente di più.

My Dad Is Dead - Shine(r) (1996)

mercoledì 21 maggio 2008

Areknames - Areknames (2003)

Only for fans! Certo, solo per stretti amanti del prog, anche se questo è del 2000 ma non è per nulla irrancidito come tanto new-prog che dagli anni '80 in poi ha martoriato malamente il ricordo di una stagione irripetibile.
Per me, amante inguaribile di Peter Hammill & VDGG, ascoltare per la prima volta Areknames è stato un tuffo al cuore perchè il primo pezzo, A day among four walls, è un pezzo che se Hammill lo sente sorride, si complimenta e pensa "bravi, questi sono i miei figli". Il quartetto abruzzese è guidato da Epifani, compositore, tastierista e cantante che ha un timbro simile al grande maestro, seppur meno potente e con modulazioni più misurate.
Il disco è composto di 6 lunghi pezzi di grande respiro e caratterizzato da arrangiamenti che si dividono equamente fra sapori antichi e atmosfere più moderne, in cui i sapienti interventi chitarristici sono fondamentali nell'economia generale. A tratti riaffiorano ricordi anche degli Atomic Rooster (Down), ma restano predominanti le atmosfere cupo-gotico dei migliori Van Der Graaf reinterpretati con piglio e arrangiamenti molto più compatti. In questo senso non si può negare che gli Areknames siano l'espressione genuina ed onesta di 4 bravissimi musicisti che guardano al passato ma restano con la testa ai giorni nostri. Ed un altro capolavoro si trova in fondo al disco, quel Grain of sand lost in the sea che negli ultimi minuti raggiunge il fondo e fa quasi venire i brividi.

Areknames - Areknames (2003)

martedì 20 maggio 2008

Swell - 41 (1994)

Fra le bands protagoniste del rinascimento acustico americano dei primi anni '90 gli Swell erano probabilmente una di quelle con maggior potenzialità commerciale. Non a caso 41 fu il loro debutto su major dopo qualche disco molto promettente e non mancavano i pezzi destinati alla programmazione radio dei college, come gli accattivanti Forget about Jesus, Smile my friend, Here it is o Fine day coming; i tre californiani in queste sedi davano il meglio delle loro vivaci doti melodiche fatte di ritmiche sghembe e chitarre acustiche di sostegno disturbate da rasoiate elettriche, nonostante una voce timida e di poco sotto la soglia dell'udibile come quella di David Freel. Il loro sound poteva ricordare per certi versi quello dei Grant Lee Buffalo spogliato di qualsiasi velleità teatrale o da qualsiasi enfasi interpretativa. In questo senso gli Swell sono sempre stati un gruppo molto umile nelle intenzioni e nei risultati, ma molto determinato nella ricerca di un successo commerciale che dopotutto non credo sia arrivato soddisfacente.
Non mi hanno mai fatto impazzire a parte qualche pezzo sparso in giro per i dischi, in 41 ce ne sono due: Song Seven, che è la miglior sintesi di mix agreste-rumoristico che possano aver elaborato e lo splendido atmosferico It's time to move on, con una sequenza di accordi che avranno fatto un invidia terribile al miglior Neil Young.
Peccato che siano solo due oasi in un disco che nel suo complesso non entusiasma fra ripetizioni e riempitivi (davvero bizzarra l'idea di registrare l'ultima traccia con le liriche dei pezzi lette a bassa voce...)

Swell - 41 (1994)

domenica 18 maggio 2008

Peach (GB) - Giving birth to a stone (1994)

I Peach (il GB si usa per non confonderli con gli omonimi americani attivi negli stessi anni) sono stati uno di quei gruppi veramente sfigati nel vero senso della parola, perchè le disavventure che si sono susseguite nella breve carriera hanno impedito loro di riscuotere un successo che probabilmente sarebbe arrivato. Dico così perchè all'inizio il loro percorso era affine e parallelo a quello dei Tool, con cui fecero un tour nel 1993. Prospettive post-metal apocalittiche e complesse, lezioni grunge assimilate, lontane ma nobili radici progressive (qui c'è addirittura una cover di Catfood dei King Crimson), un buon tasso tecnico. Se le intenzioni di partenza erano molto buone, il genere di fatto con gli anni è diventato pressochè da supermarket, non certo per colpa oggettiva di gruppi come Tool o Korn, che fanno il loro mestiere con bravura e professionalità. Semplicemente il nu-metal è stato promosso a musica di consumo dalle case discografiche americane che, in cerca della new big thing, hanno ben pensato di promuovere una miriade di gruppi inutili e dannosi che hanno svilito il mercato al servizio dei teenager assetati.
Comunque, i Peach di questo disco non erano per niente male e anticipavano non poco quelle tendenze future. Fra le loro sfighe maggiori c'era quella del nome che era già in mano a dei mediocri americani, quella del secondo disco che pronto per essere pubblicato fu messo in uno scaffale dalla casa discografica in fallimento, e ultima la perdita del valente bassista che accettò l'invito dei Tool stessi, facendo l'affare della propria vita.
Giving birth to a stone era un fascio di canzoni ben fatte e variegate; i muri di chitarra lasciavano intravedere un melodismo epico diretto discendente del doom e dal progressive anni '70 ma abilmente mixato con vaghe reminescenze new-wave. Forse il cantante non era particolarmente dotato e il prodotto finale era sostanzialmente acerbo, ma le premesse erano molto buone e avrebbero meritato un altra possibilità, senza dubbio.

Peach (GB) - Giving birth to a stone (1994)

sabato 17 maggio 2008

Songs:Ohia - Ghost Tropic (2000)

Mica facile intraprendere un percorso di cantautore con sulle spalle l'eterno paragone di Will Oldham o Bill Callahan. Eppure Jason Molina si è creato il proprio seguito discreto in una carriera ultra-decennale che forse non lo ha visto sfornare dei grandi capolavori ma qualche buon disco sicuramente. Ghost tropic è l'equivalente di Arise therefore per Oldham; una raccolta spettrale, ripiegata su sè stessa, dimessa oltre misura, che seguiva un disco frizzante per i suoi standards come The lioness. Lightning risked it all apre in maniera programmatica; un falso ritmo di armonici e percussioni varie, il falsetto squillante di Molina, steel di acustica. Sulla stessa falsariga si muovono No limits on the words e The ocean's nerves. La drammatica The body burned away è immersa in una nebbia fittissima di note di piano grevi.
Le 2 title-tracks sono strumentali ambientati in un bosco dove i canti squillanti dei volatili fanno da contorno a frasi semplici di piano, vibrafono e steel guitars. Incantation con i suoi 12 minuti è una stasi cosmica immobile.
Per effetto della lentezza esasperante del disco, Not just a ghost's heart sembra quasi un miracolo: il battito meccanico fantasma scandito da accordi di piano serve a ravvivare l'atmosfera quanto basta per non cedere alla stanchezza.

Songs:Ohia - Ghost Tropic (2000)

venerdì 16 maggio 2008

John Martyn - Solid Air (1973)

Un ottimo folksinger scozzese dallo stile vocale altamente creativo e dalla musicalità elegante, John Martyn ebbe la sua stagione migliore nei primi anni '70. Solid Air è uno dei suoi dischi più decantati dalla critica, in cui poteva beneficiare dell'eccellente accompagnamento dei Fairport Convention.
Con un background nel blues di fine anni '60, Martyn aveva saputo far fluttuare le sue brillanti composizioni in un contesto che era jazz-folk nobile, senza estremismi ma con una rilevante poliedricità. Nei pezzi più intimisti e rilassati (Solid Air, May you never, Don't want to know) sapeva cogliere spunti di pop sopraffino con squisiti arrangiamenti lounge.
Quando decideva invece di tirare fuori le unghie e far valere le sue doti vocali, come in I'd rather be the devil o Dreams by the sea, Martyn dimostrava un talento sanguigno.
Palma del miglior pezzo secondo me a The man in the station, un motivo circolare dal break irresistibile.

John Martyn - Solid Air (1973)

giovedì 15 maggio 2008

Robbie Basho - Song of the stallion (1971)

Basho era un chitarrista acustico dalle corde d'acciaio che suonava in maniera spericolata, con grande tecnica e calore. Mi sono avvicinato a questo disco (non ne ho sentiti altri di lui) perchè ero rimasto un po' freddo all'ascolto di John Fahey ed ero curioso di sentire questo masterpiece decantanto del classico genere dei chitarristi acustici americani degli anni 60/70.
Song of the stallion è un disco che genera ipnosi melodiche. Basho canta di tanto in tanto rivelando un vibrato impetuoso e potente, seppur anacronistico. Ma ovviamente è la sua chitarra a dettar legge, e il sapore che si ricava dalle 7 tracce è un misto di folk americano, country, suggestioni orientali, tutto sapientemente dosato. L'umore varia dal melanconico al gioioso, dal dimesso all'epico con soluzione di continuità.
Un disco da assimilare con pazienza e concentrazione; è fin troppo facile perdere il filo delle spirali di questo maestro.

Robbie Basho - Song of the stallion (1971)

mercoledì 14 maggio 2008

Atomic Rooster - Death walks behind you (1970)

Autentica officina di talenti prima e palestra di passaggio poi per illustrissimi musicisti rock d'oltremanica, la carriera incostante degli Atomic Rooster ha incarnato alla perfezione la personalità del proprio capo supremo Vincent Crane, un uomo fortemente disturbato da problemi psichici e depressivi. Death walks behind you fotografa la band nel momento più alto, a seguito del primo album che vedeva la illustre dipartita di Graham e Palmer. I sostituti non li facevano rimpiangere per nulla: John Du Cann, reduce dai mirabolanti Andromeda, introduceva una dura Stratocaster che a tutt'oggi lo pone di diritto come padre dell'heavy metal insieme a Tony Iommi; nulla di eccezionale come vocalist ma divideva con Crane le composizioni facendo pesare il suo ingresso in maniera determinante. Paul Hammond era meno sofisticato di Carl Palmer e il suo maggior impatto fisico sui tamburi rendeva gli AR più selvaggi.
DWBY è un riuscitissimo mix di elementi diversi; i pezzi scritti da Crane, imperniati ovviamente su piano e organo, possiedono la classe e la padronanza del post-blues sia in forma canzone classica (Tomorrow night) che in sfoggi virtuosistici tutt'altro che sterili (Vug, Gershatzer). Quando poi una tranquilla linea pianistica lounge-jazz si fonde ad un assolo di chitarra (da far impallidire David Gilmour), nascono capolavori come Nobody Else.
I pezzi di DuCann sono più aggressivi; anthem trascinanti come Sleeping for years o I can't take no more suonano ancora incredibilmente freschi dopo 40 anni.
Nell'unico caso in cui i due autori incrociano le penne (la title-track), avviene il miracolo della fusione chimica: dopo una intro inquietante di piano e schitarrate stridenti, l'incalzante bridge cromatico crea stati di tensione insostenibili, liberati prontamente da rullate esemplari che ritornano al refrain principale. Erano altri tempi....era artigianato di primo livello.
Putroppo l'unione durerà solo un altro disco poichè Crane, intimorito dalla potenza di DuCann e forse timoroso di perdere la propria leadership, cambierà radicalmente formazione di nuovo.

Atomic Rooster - Death walks behind you (1970)

martedì 13 maggio 2008

Talk Talk - Spirit of Eden (1988)

Dato che ho conosciuto l'arte sublima degli ultimi Talk Talk (con colpevolissimo ritardo) solo un anno fa, il mio entusiasmo è ancora molto giovane.
Spirit of eden per me è ascoltare musica comodamente steso su gommapiuma di una nuvola a 1000 metri d'altezza, con visuale sottostante sul mondo che cambia a seconda del vento.
La loro influenza sulla musica degli anni '90 è stata di una pesantezza indicibile. Spirit of eden compie 20 anni di vita, l'ho scoperto veramente tardi ma non importa, cerco di recuperare il tempo perduto ascoltandolo spesso.... Con le spalle abbondantemente coperte dalla Emi appagata con le tasche strapiene di soldi, Hollis e Friese-Greene furono finalmente liberi da qualsiasi vincolo estetico e dirigenziale e diedero vita a 6 tracce minimali di implosione emotiva.
A parte il delirio soul di percussioni e chitarre deflagranti di Desire, i pezzi sono serviti su un tappeto felpato in cui la voce inconfondibile di Hollis si accomoda, sottilmente nervosa. Batteria finalmente umana fra spazzole, rullanti secchi come si deve e rides sferraglianti. Basso che ozioso si ritaglia la propria strada con poche note marcate. Piano ed organo che contrappuntano impeccabilmente, sbarazzandosi di qualsiasi inutile synth o sequencer vari.
Con Eden, Inheritance, I believe in you su tutte, splendide divagazioni stellari, i Talk Talk spiazzarono mezzo mondo ritirandosi in questo giardino di delizie in cui la fretta è cattiva consigliera, in cui le emozioni sono fatte decantare alla vecchia maniera.
Avrei tanto voluto che Hollis continuasse a fare musica, ma lo stop ha avuto un senso sintetizzato in una massima da lui detta: Prima di suonare due note impara a farne una...e non suonare mai una nota a meno che non ci sia una ragione.
Senza tempo.

Talk Talk - Spirit of Eden (1988)

lunedì 12 maggio 2008

Brick Layer Cake - Tragedy-tragedy (1994)

Originalmete pubblicato su "Itself" #5 del 1997;
La "Torta del Muratore" è il progetto personale di Todd Trainer, ovvero l'eccezionale batterista degli Shellac, un vero asso dei tamburi. Ancor prima che Steve Albini lo scegliesse come compagno per il suo come-back i Brick Layer Cake erano già attivi. Nel 1989 uscì il primo EP per la Ruthless, nel 1992 il secondo per la Touch & Go. Sempre per la mitica label nel 1994 esce il primo album, "Tragedy-tragedy". Chi si aspetta scorribande batteristiche o ritmiche furiose resterà deluso dal contenuto, il sound dei BLC è molto diverso dal noise-rock compresso e nervoso degli Shellac.
In questo progetto Trainer fa più o meno tutto da solo. A dargli una mano ci sono gli amici Gerard Boissy (ex Rifle Sport) e Brian Paulson (produttore molto rinomato, un titolo su tutti "Spiderland" degli Slint). In tutto il disco non c'è ombra di basso: un'assenza evidente. La batteria è lo strumento secondario nell' impianto sonoro (in alcuni brani non è neanche presente), sono le chitarre a predominare in questa sorta di hard-rock evoluto. Ritmi lenti e minimali, nessun assolo ma una quantità industriali di pesanti riffs che a tratti ricordano i migliori Black Sabbath, reminescenze blues comprese. La voce è forse il punto debole: monotona e quasi sempre modulata su toni bassi, priva di impennate. Il disco riserva comunque ottime songs, fra cui l'apice "Gone today", "Doomsday" l'unico brano con una batteria degna del suo proprietario, "Cold day in hell" e "Precious".
Abbiamo scoperto quinti l'altra faccia di Todd Trainer, da anni e anni impegnato a picchiare nel migliore underground americano. Da una parte espressione di grinta e tecnica al servizio del miglior noise, dall'altra song-writer e cantante.


domenica 11 maggio 2008

Garybaldi - Astrolabio (1973)

Immagino che sentire parlare di Hendrix dia ancora lievemente fastidio a Bambi Fossati, virtuoso chitarrista genovese che oggi è un signore di mezza età che vive impartendo lezioni a giovani aspiranti. Quarant'anni fa ci provava anche lui a ritagliarsi uno spazio importante nel rock italiano con l'inseparabile Cassinelli al suo fianco. In 6 anni i suoi gruppi ebbero 3 nomi diversi, segno forse di inguaribile inquietudine, dopodichè si ritirò dalle scene.
I Garybaldi fecero solo 2 dischi ma segnarono più marcatamente il panorama italiano con una formula vivace e piena di colori, che attingeva dal blues-rock grazie soprattutto alla Fender del leader, ma che si sapeva fare largo con strutture prog complesse ed aperte ad un crossover ante-litteram.
Astrolabio conteneva due brani di 20 minuti, nel tipico segno free-form dei primi '70. Madre di cose perdute inizia placida e malinconica, si respira ovunque aria di Mar Mediterraneo. Piano piano Fossati si ritaglia il primo piano, con assoli lancinanti, raddoppiati quà e là. L'organo di Marchi crea un tappeto molto importante nell'economia del sound di questa suite tipacamente prog, ma è girando il vinile che si scopre un irresistibile mattone.
Fossati saluta gli amici invitati che entrano alla spicciolata nella sala prove e annuncia che stanno per suonare un pezzo nuovo, hanno intenzione di farlo sentire loro. Sette ? è registrato in quella sede ed è l'epitaffio dei Garybaldi. Un giro di basso sornione introduce l'espressione più sanguigna del blues-rock italiano che io abbia mai sentito. Fossati è in forma stratosferica e sforna note allungate all'impossibile e doppia gli assoli con la voce. Il gruppo lo segue fedelmente fra stacchi spettrali e riprese ruggenti. Nel finale, fra un tema e l'altro, intonano persino le note della tradizionale Fra' Martino!
Gli amici applaudirono, il pezzo meritava di essere pubblicato.

Garybaldi - Astrolabio (1973)

sabato 10 maggio 2008

Loose Fur - Born again in the USA (2006)

Pur non essendo grande fan di O'Rourke e non avendo ascoltato nessun disco dei Wilco, ho trovato Born again in the Usa abbastanza gradevole e degno di annotazione. Non fosse altro per Ruling Class, il mio pezzo preferito, uno spassosissimo country-rock che, fra fischiettii e scale cromatiche, mi ricorda vagamente le colonne sonore dei film con Bud Spencer e Terence Hill di tanti anni fa.
Hey chicken invece mi ricorda Rock and Roll doctor dei Black Sabbath, sarà anche per quel campanello ma anche per strutture e riff. Answer to your question è un folk sussurrato dall'arrangiamento squisito. Ecumenical matter e Wreckroom si muovono su direttive epico-prog, chiaramente asciutte a causa del fatto che si tratta di un trio ad eseguirlo. L'aspetto produttivo è parecchio accentuato a causa di O'Rourke, che conferisce un tocco curatissimo in ogni piccolo dettaglio. Sarà piaciuto senz'altro agli audiofili incalliti.
Il resto del disco si agita fra siparietti e boogie-rock tipicamente '70, melodie fin troppo accentuate e stacchi quasi cabarettistici.
Un disco non particolarmente focalizzato, quindi, che naviga un po' incerto fra le varie coordinate dei tre ma che nel complesso si salva per i pezzi sopracitati, dimostrazioni di talento espressivo che non sempre riesce a venire a galla.
Come a dire, c'è chi ha il songwriting e c'è chi ha le doti di produzione. Non sempre si hanno tutt'e due.

Loose Fur - Born again in the USA (2006)

venerdì 9 maggio 2008

Shadow Project - Dreams for the dying (1992)

Di poco inferiore all'opus maximum Only theatre of pain nella tormentatissima carriera di Rozz Williams, carismatico ed istrionico vocalist simbolo del dark californiano, questo Dreams for the dying, secondo ed ultimo atto degli Shadow Project. Un disco che ho scoperto da poco tempo, ma meglio tardi che mai. In un panorama come quello gotico, che dopo essersi giocato le carte migliori nei primi '80 è sceso velocemente nel ridicolo fino a toccare il fondo, Williams è sempre stato pressochè una certezza di qualità.
Gli SP erano nati dall'unione artistica con Eva O, sua compagna nella vita privata. Ovviamente le atmosfere sono plumbee e tutto il disco è permeato di riferimenti ossianici e autodistruttivi come nel suo classico stile, ma il leader gode di una splendida forma. La sua voce si sdoppia e si rincorre fra sermoni recitativi e urla disperate, la chitarra è una tortura metallica minimale mentre l'organo di Eva disegna scenari angoscianti sullo sfondo. Importantissima la sezione ritmica di Emery e Morgan, polivalente ed eclettica, in grado di mutare il corso dei brani in maniera camaleontica.
La prima facciata del disco è epica e da olimpo della storia del gotico. Il martellante Static Jesus segna una grande urgenza di espressione. Days of glory è schizofrenia pura, con cambi di tempo ed umore repentini, doom-glam!. Assolutamente geniale Funeral Rites, dove succede di tutto; dall'inizio mistico-psichedelico al bridge tribale, dall'ossessivo rallentato ad un break addirittura swingato con tanto di fiati dissonanti! Credo di non aver mai sentito altrove un esperimento del genere, jazz-dark!
Difficile restare su questi livelli, eppure l'assalto devastante di Zaned People tiene altissimo il livello d'attenzione, con i suoi stop & go allucinati, punk-ambient!
Thy kingdome come
stempera un po' le tensioni con una litania sommessa e sospirata. Night stalker è una cavalcata metallica a tutta velocità che spazza via qualsiasi cosa trovi sul proprio cammino. La magnetica Lord of the flies risfodera i fiati deliranti per il break, non ci si può distrarre all'ascolto di questa musica perennemente cangiante, death-prog.
Gli apocalittici esperimenti vocali di Holding you close e The circle and the cross sono suggestioni horror-demoniache che completano il quadro.
Purtroppo non ci sarà un seguito a questo masterpiece. Williams si riprenderà con la forza il marchio Christian Death e di lì a poco interromperà anche la propria relazione con Eva, cadendo sempre più preda di droghe pesanti e depressione cronica che lo porteranno nel 1998 ad impiccarsi.

Shadow Project - Dreams for the dying (1992)

giovedì 8 maggio 2008

Porcupine Tree - Up the downstair + Staircase Infinities EP (1992-94)

Rimasterizzazione del mitico secondo album più un raro ep di qualche tempo dopo. All'inizio degli anni '90 Steven Wilson guidava una delle sensazioni psichedeliche-progressive destinate ad un discreto successo (soprattutto in Italia), grazie anche ad un indiscutibile matrimonio con la musica elettronica fusa con la fascinazione tipica del retaggio storico, ovvero Pink Floyd e King Crimson in primis. E grazie anche all'ingaggio di un personaggio come Richard Barbieri, in grado di reinventarsi una carriera creativa di primo livello.
Up the downstair fu il 2° album, forte di una maggiore coesione e di due fantastici pezzi di grande atmosfera (o come disse Mixo alla radio anni fa, la psichedelia più pinkfloydiana...) come Always Never e Small Fish, che mettono in mostra anche le indubbie qualità tecniche della formazione. La title-track è un dance-ambient interrotta brevemente da riff massicci, Not beautiful anymore è uno strumentale ad alto tasso energetico, Burning sky sfodera suggestivi panorami arabeggianti. La chiusura è riservata a Fadeaway, che avrebbe fatto un figurone su Rain Tree Crow, incisa solo un paio di anni prima dai Japan riuniti.
Staircase infinities fu un EP a edizione limitata pubblicato nel 1994 che comprendeva inediti del 1992-93 che sarebbe stato veramente ingiusto lasciare negli scaffali. Cloud zero è uno showcase delle chitarre del leader su tappeti siderali di tastiere. The joke's on you replica le perle simil-floydiane. Su Navigator e Rainy taxi sono invece le grandi doti di arrangiatore di Barbieri a venire fuori alla grande.
Yellow Hedgerow Dreamscape chiude con 10 minuti emozionanti che riescono a fondere un po' tutte le caratteristiche del mix dei PT, aggiungendo suggestioni wave nella sezione ritmica.
Un gruppo che fondamentalmente non ha inventato nulla, ma che ha fatto dello stile e del sound i propri cavalli di battaglia, creando uno zoccolo duro di fans fedele nel tempo.

Porcupine Tree - Up the downstair + Staircase Infinities EP (1992-94)

martedì 6 maggio 2008

Radiohead - B-sides 1997-2003 (23 songs)

Adesso che il clamore mediatico a loro si è notevolmente ridimensionato si può essere forse un pelo più obiettivi nell'ascolto. Anni fa, circondato dall'entusiasmo di amici e stampa, facevo fatica ad analizzare arbitrariamente l'operato del quintetto oxfordiano.
Li ho sempre ammirati e il mio giudizio resta molto positivo nei loro confronti, credo che abbiano molti più meriti che colpe. Innanzitutto è rarissimo che una stessa formazione resista ormai da 20 anni, poi la voglia di sperimentazione, la crescita e la ricerca di libertà espressiva fino all'affrancamento dalla major, sono fattori innegabili e sacrosanti al di là di ogni critica tecnica. In rainbows purtroppo è stato un po' deludente, peccato. Non basta certo a ridimensionare lo status di una band che negli anni della loro maggiore affermazione artistica ha pubblicato sui lucrativi cd singles (quasi sempre il fine delle major è di spillare soldi ai fans mettendo scarti e remix inutili) tracce che quasi sempre erano all'altezza dei pezzi sugli album, quando non superiori per sperimentazione e spunti creativi.
1997 Paranoid Android + Karma Police: i retri dei 2 divini manifesti, dei 2 videoclip più agghiaccianti che abbia mai visto, erano davvero ottimi e sapientemente mixati: Polyethylene era la classica power-ballad spigolosa ed intensa, ma aveva una marcia in più rispetto a certi pezzi di Ok Computer. A reminder, lento, nebbioso e malsano. Pearly, emo-rock che influenzerà enormemente i Muse. Melatonin, levitazione aerea in stile kraut. Meeting in the aisle, strumentale elettronico impressionistico. Lull, una variante più briosa e solare di No surprises.
1998 No Suprises: Palo Alto,
residuato chitarristico incendiario di The bends. How I made my millions, dolente bozzetto pianistico dal sapore cinematografico.
2000 Pyramid Song: Fast track, plasma visionario. Li ho amati per avermi conciliato con certi sound prettamente elettronici che reputavo troppo freddi e distaccati; in mano ai Radiohead, la materia elettronica può sembrare anche glaciale, ma l'approccio tradizionalmente rock delle loro radici ha sempre deviato il tutto in maniera geniale. Trans atlantic drawl, collage free-form furioso ed ottundente. Kinetic, ombrosa meccanizzazione di melodia dolente.
2001 Knives Out: Cuttooth, i Muse hanno già sbancato il mondo ma devono ancora prendere qualche lezione di stile. Worrywort, ancora kraut music del 21° secolo. Fog, in punta di piedi e suoni, in crescendo con grazia e stile.
2003 There there - Go to sleep - 2+2=5; Paperbag writer, sample sinfonici e upbeat si rincorrono in un fantasma di song. Where bluebirds fly, vocalità religiosa in un encefalogramma stabilmente nevrotico. I am citizen insane, il ritmo delle metropolitane e il sound degli slogan commerciali. Fog again (live), la ripresa umana di Fog, rende giustizia al songwriting illuminato di Yorke. Gagging order, il ritorno alla campagna. I am wicked child, il ritorno all'infanzia. Skttrbrain (Four Tet Remix), l'androide ha superato le sue paranoie. I will (Los Angeles Version), le emozioni sono ormai disperse in un mare di tristezza.
Comunque grandi.

Radiohead - B-sides 1997-2003 (23 songs)

lunedì 5 maggio 2008

Supreme Dicks - The emotional plague (1996)

Mi sono sempre divertito a fantasticare su come si sarebbe evoluta la carriera musicale di Tim Buckley se non si fosse prematuramente autodistrutto (non come avrebbe cantato, perchè sarebbe impensabile vista la sua grandezza, ma solo le sonorità). Nel 1983 sarebbe stato etereo come i This Mortal Coil, nel 1989 avrebbe suonato il post-jazz isolazionista dei Talk Talk. Invece nel 1996, se fosse stato abbandonato a se stesso, senza voce, con un bel po' di depressione e droga in corpo, secondo me avrebbe suonato esattamente come questi americani Supreme Dicks.
Un quartetto di freaks dalla filosofia di vita quantomeno bizzarra (ma non so quanto facevano sul serio...) e dalle sonorità incredibilmente strane.
Musica reietta, fuori dal tempo e dallo spazio. A partire dal grande titolo, la peste emozionale, quasi una metafora della nostra era. I SD erano destinati ad auto-terminarsi dopo la pubblicazione di questo mattone di 70 minuti, courtesy della benemerita Homestead Records.
Musica allucinata, assolutamente impossibile da categorizzare. Chiaramente la psichedelia recita una parte decisiva in questi 14 incubi sospesi nel vuoto, ma il susseguirsi delle strutture è talmente privo di senso che all'ascolto si rimane inevitabilmente straniati. Il tutto senza l'ombra di ogni forma di basso, solo con batteria fantasma e 3 chitarre a farla da padrone.
Musica difficilissima. Fu Stefano I.Bianchi di Blow Up a decantare le gesta dissolute dei SD e a farmi venire voglia di ascoltarli. Ancora oggi credo che The emotional plague sia un capolavoro di isolazionismo e sballo psico-acustico-fisico.
Le tracce più accessibili sono ben poche. Cuchulain è un jingle-jangle rilassato con l'unico straccio di melodia cantata. Along a bearded glade è uno strumentale ozioso ed ironico nel suo cantilenare. Swell song, nonostante una intro malinconica, esplode in un motivo maggiore.
Il paragone con il Buckley spaziale di Lorca e Starsailor è da prendere unicamente a livello spirituale, chè ovviamente a livello tecnico erano due cose molto differenti. Ma le sciabolate atonali, i bisbigli in punta di dita, la mancanza di ritmo ed una totale levitazione dei sensi mi fanno pensare soltanto a questo ricordo. Il carillon horror di Synaesthesia, la ribollente progressione di Columnated ruins, il desolato paesaggio post-nucleare di Showered e Green wings fly adventure, lo stomp sfigurato di A donkey's burial. Poi l'inconcepibile girandola di effetti di Adoration de l'agneau mystique, che in 7 minuti passa da fiati free-jazz a bordoni riverberati di chitarre acide, da un motivo rassicurante ad una ubriaca preghiera collettiva senza alcuna cognizione di causa. Siberian penal colony inizia con l'unico minuto aggressivo di tutto il disco, ma è solo un'illusione; si tratta di un'altra mini suite in cui chitarre flangerizzate cedono il passo ad uno schema epico ed ombroso.
Il mio pezzo preferito è Porridge for the calydonian boar, lo zenith espressivo di 10 minuti. L'incedere è ripetitivo e lento, l'impasto di chitarre genera una litania dimessa e fatale. Il bisbiglio di Oxenberg è stonato così come il lamento di flauto in sottofondo.
Avrei tanto voluto che Tim non fosse morto e avesse potuto cantare, con discrezione, su questa gemma da pelle d'oca.

Supreme Dicks - The emotional plague (1996)

domenica 4 maggio 2008

Van Pelt - Stealing from our favourite thieves (1996)

Si è vero, Sultans of Sentiments è stato un disco formidabile nella sua riflessività. Eppure anche questo Stealing merita una piccola citazione, perchè segna la veloce mutazione di Chris Leo & compagni dall'emo-apocalittico dei Native Nod al capolavoro dell'anno dopo.
Il passo è frizzante e i pezzi in generale sono addirittura gradevoli, ma le cose iniziano a farsi serie con You are the glue, saltellante e nervoso nel suo caracollare minimale. Simone never had it good rallenta lievemente i ritmi, gli arpeggi di chitarra sono dimessi, la direzione è quella dei sultani. Nel complesso un disco chiassoso e dal ritmo impetuoso, forse ancora lievemente immaturo ma dall'ascolto sempre gradito.

Van Pelt - Stealing from our favourite thieves (1996)


sabato 3 maggio 2008

The Clientele - The violet Hour (2003)

La casualità è che il frontman dei londinesi Clientele si chiama Alasdair Mcclean, che fa venire in mente il fu Brian Mcclean, la spalla di Arthur Lee nei primi Love, morto per droga tanti anni fa.
Dico casualità perchè i Clientele, pur essendo un gruppo dei giorni nostri, mi sembrano la continuazione in tono minore del melodismo tipico dei Love a livello sonoro. Anche se Mcclean non ha le stesse doti compositive di Lee, apprezzo molto questo gruppo dall'impatto gentile e discreto, il cui ascolto mi rilassa molto.
Dei 3 album pubblicati finora The Violet hour è decisamente il mio preferito. Se non altro per un piccolo capolavoro chiamato House on fire, possibilmente il miglior pezzo del loro repertorio. Gli umori crepuscolari sono perfettamente fusi in un impasto melodico che non si può non definire tipico del migliore pop inglese. L'impianto è assolutamente ultra-vintage; la Telecaster del leader è perennemente arpeggiata su toni riverberati e puliti, la sua voce passa attraverso un ampli di chitarra. La sezione ritmica lo segue abilmente, con discrezione mirabile. Dietro al picco assoluto di House on fire, gli altri 12 pezzi sono egualmente notevoli, squisite vignette di purissimo artigianato cantautoriale e non ci sono momenti di noia.
The violet hour è un gioiello di raro melodismo diretto discendente dei migliori anni '60, un ascolto perfetto per questo inoltro di primavera, in un sabato pomeriggio come questo in cui l'ozio prevale sul resto.

The Clientele - The violet Hour (2003)

venerdì 2 maggio 2008

Storm And Stress - Under Thunder And Fluorescent Light (2000)

Temo che sia un progetto morto e sepolto, dato che da 8 anni non è uscito più nulla e Ian Williams si sta godendo un altro po' di elogi con i Battles. Comunque gli S&S erano qualcosa di terribilmente fuori, tanto la formula era sconclusionata e destrutturata. A Williams piaceva dire che "si dimenticavano come suonare la canzone", a me piace definirla musica infantile suonata da 3 assi che tornavano bambini e chissà come si divertivano....Bambini che suonano senza cognizione di causa, facendo un disordine da matti, seguendo brevi schemi a caso. Non era free-jazz, anche se Shea poteva tranquillamente essere un drummer degno di fregiarsi tale. Era sicuramente tutto molto improvvisato.
L'unica cosa che mi ricorda qualcosa del passato è la parte centrale di The 1st our lady of burning thorns, in cui Shea elabora rullate effettate che richiamano The grand wizard garden party di Ummagumma.
E' un disco talmente straniante e sornione che anche dopo decine di ascolti è impossibile focalizzare ogni passaggio. Era comunque un vicolo semi-cieco, perchè probabilmente dopo due dischi così sarebbe stato difficile ripetersi, così prendo su e non spero che ne facciano un'altro prima o poi, perchè l'unico aggettivo che mi viene da dire su questa musica indescrivibile è:
Geniale.


giovedì 1 maggio 2008

Squirrel Bait - Skag Heaven (1987)

L'albero genealogico del glorioso filone artistico di Louisville parte tutto da qui.
Da questo hardcore fatto da diciottenni che è infinitamente più adulto di certo pseudo-punk che certi quarantenni si ostinano a ripetere pedissequamente da più di vent'anni....Sono certo che se si chiedesse qualcosa a Grubbs o a MacMahan su quest'esperienza si metterebbero a ridere, visto il loro percorso artistico successivo. Ma inquadrare i due dischi degli SB in un epoca come la metà degli anni '80 e valutarne la portata significa essere poco al di sotto degli Husker Du.
Skag Heaven fu il secondo ed ultimo, ma anche il primo eponimo fu una scossa sismica indissolubile e non era certo inferiore. L'assalto iniziale di Kid Dynamite è molto rappresentativo; ritmiche serrate, muri di chitarra con flanger, melodismo obliquo e mai sopra le righe. Persino gli schemi compositivi non erano per nulla scontati. La voce di Searcy, seppur sotterrata un po' dal mixing, era un gemito roco e angosciante.
Nel mucchio selvaggio apparivano già anticipi interessanti di ciò che diventerà il futuro: Short Straw wins ad esempio fa intravedere certe stasi che saranno degli Slint, Rose Island Road dara il là alle prime cose dei Bastro. Anthem fenomenali come Too close to the fire o Slake train coming avrebbero meritato ben maggiore visibilità per il pubblico indie.
Dieci pezzi per appena mezz'ora, un concentrato micidiale di adrenalina. Quel che si dice veramente un gruppo di culto, e non solo per il punk.

Squirrel Bait - Skag Heaven (1987)