mercoledì 31 dicembre 2008

Sun City Girls - Torch of the mystics (1990)

Fuori di testa è l'unico aggettivo che mi viene da dire ascoltando i Sun City Girls. Restai colpito da un servizio di S.Isidoro B. su un vecchio Blow Up, scelsi questo titolo indicato come fra i migliori...e poi nient'altro. Mi è bastato questo Torch of the mystics per restare traumatizzato. Non che non siano ascoltabili, ma il delirio totale di questi 3 pazzi alla lunga stanca un pochettino.
Di sicuro non si prendevano molto sul serio: la riproposizione della lambada in versione folk di The shining path è soltanto l'esempio più clamoroso di auto-ironia. Tutto il disco è intriso di aromi psichedelici, profumi d'incenso e raga indianeggianti, ma è soltanto l'umore prevalente perchè si sente un po' di tutto ovunque. Il surf sballato di Radar 1941, la dark-ambient di Burial in the sky, il math-rock didascalico di Esoterica of Abyssynia, il country surreale di The flower, la gag mediorientaleggiante di Cafe Batik, sono tutte piccole varianti in un disco la cui spinta propulsiva sembra provenire da The End dei Doors, un classico intramontabile. Soltanto che le vocalizzazioni dei fratelli Bishop qui sono tutt'altro che convenzionali, fra falsetti isterici, grida da muezzin arabo, cori indolenti e quant'altro.
Un disco che richiede molta pazienza all'ascolto, ma l'originalità è fuori da ogni dubbio.

Sun City Girls - Torch of the mystics (1990)

martedì 30 dicembre 2008

Teardrop Explodes - Everybody wants to shag (1990)

Un disco al quale sono molto affezionato; mi accapparrai la cassetta ad un prezzo stracciato, dopo aver letto la miniguida di Rumore sulla new-wave. Soltanto anni dopo avrei ascoltato anche Kilimanjaro e Wilder, ma il mio apprezzamento per questo album postumo non è calato.
Tutti volevano fottere i TE, e Cope dice che riformarli sarebbe come prendere ancora gli schiaffi sul culo dalla madre. La storia del gruppo aveva dell'incredibile, fra litigi, acidi e buona, ottima musica. Ormai ridotti al trio con Balfe, Dwyer e i nervi a fior di pelle, nel 1982 ebbero comunque un colpo di reni. L'intro è memorabile: fra gracidare di grilli, frasi di organo e chorus, Ouch monkeys sembra ambientata in un'oasi nel deserto. Il songwriting visionario di Cope è già pronto per il decollo solista: la splendida pastorale Soft enough for you, la giocosa e tenebrosa Not my only friend, sono le vette compositive del disco, quadretti melanconici da scolpire nella memoria.
Ma Balfe spingeva più per il tecno-pop: Serious Danger e In Psychopledia sono schizzi sintetizzati che si salvano solo per le qualità carismatiche del vocalist. Per fortuna che nella maggior parte dei pezzi si riesce a mediare: Metranil Vavin è mutuata dai Japan di Tin Drum, le sarabande fiatistice di Count to ten and run for cover e The Challenger, i simpatici funk di You disappeared from view e Sex Pussyface, il delirio claudicante di Strange house in the snow, tutto contribuisce a variegare il disco da renderlo squisito, dall'ascolto piacevolissimo.
E la lacrima scoppiò definitivamente.

Teardrop Explodes - Everybody wants to shag (1990)

Stranglers - Rattus Norvegicus (1977)

Pensando agli Stranglers mi viene in mente una mitica vhs imprestatami da un amico che vidi una decina d'anni fa, durante un'influenza. Era una raccolta di video fra il 78 e l'82, se non ricordo male, ed era letteralmente esilarante. Se già la musica del quartetto era divertente per natura, le rudimentali clips lo erano ancora di più, caratterizzate da un umorismo davvero anacronistico e dissacrante. Rattus norvegicus fu il primo disco, forse il più energico dell'intera discografia. Conteneva una decina di pezzi nervosamente melodici, in cui l'organo acrobatico del baffuto Greenfield aveva un ruolo predominante, quasi un Manzarek dell'epoca punk. Il background blues psichedelico (Doors, Iron Butterfly) veniva riveduto su direttive smilze ed asciutte; fra i pezzi migliori del lotto Hanging Around, Get a grip on yourself, Peaches, sono baldanzose songs incalzanti e ben arrangiate, con le voci insolenti di Burnel e Cornwell ad incrociarsi, frasi essenziali di chitarre e assoli di organo a go-go.
Nient'altro che pop-rock, quindi, sottilmente travestito con astuzia per attirare anche le masse stordite da Sex Pistols e Clash. Ma è un sound che è invecchiato terribilmente male, quindi va bene ripescare gli Stranglers una volta ogni decina d'anni, non di più.

Stranglers - Rattus Norvegicus (1977)

lunedì 29 dicembre 2008

Shipping News - Save everything (1997)

Non potevano proprio fare a meno di reincontrarsi, Noble e Mueller. Erano insieme nei Rodan, poi si divisero per intraprendere strade fruttuose come June of '44 e Rachel's. Con questo esordio gli Shipping News sembravano tendere più ai primi che ad altro; complice anche il validissimo batterista Crabtree, l'inizio di Books on trains è un graffiante ed irregolare post-noise che ricorda le prime cose del gruppo di Mueller, ancora in attività ai tempi. Steerage si muove sempre su tali coordinate prima di deragliare su un deliquio sballatamente ambientale. La componente slintiana è fortissima, dai toni pigramente crepuscolari in All by electricity. Il recitato femminile in francese distrae le derive di At a venture, mentre in rilievo sulla terminale A true lover's knot ci sono fitte tessiture chitarristiche di grande suggestione.
Principalmente strumentale, la musica dei SN è un'interpretazione alquanto personalizzata del post-rock imperante una diecina d'anni fa. Nulla che sconvolse l'universo, ma un disco di gradevolissimo ascolto per chi ama il genere.

domenica 28 dicembre 2008

Lisa Germano - Geek the girl (1994)

Mi sono accostato a questo disco per il fatto che Scaruffi gli diede 9/10, conoscendo il metro di giudizio del critico pensavo "per essere un disco di folk-rock dev'essere proprio clamoroso", ma come spesso mi succede, non è che mi trovi sempre d'accordo con lui.
Per carità, non è certo un brutto disco questo Geek the girl, e la partenza è quantomeno ottima, con una My secret reason ballad impressionistica scandita dalla voce suadente della Germano e da riverberi minacciosi. Sulla stessa falsariga si muovono la splendida Cry Wolf, altro pezzo sospeso nel nulla, la drammatica A psychopath, la sviolinata sghemba di Phantom Love. Quando si serve di un arrangiamento più tradizionalmente completo, crea l'eterea e struggente Sexy little girl princess, dai vocalizzi fatalmente fragili.
Altrove (quindi metà del disco), invece regna un manierismo di tipo 4AD, con pieces folk tipicamente immerse in una dimensione sovrannaturale. Ma trattasi di una sensazione già abbondantemente sentita altrove, perciò trovo alquanto sopravvalutato il giudizio del buon Piero.

08/01/2009 New Fixed Link
Lisa Germano - Geek the girl (1994)

65daysofstatic - The fall of math (2004)

Band inglese frutto di un interessante mix fra Don Caballero e Mogwai, condito da percussioni elettroniche insistenti e onnipresenti. The fall of math, quasi un titolo di forti dichiarazioni, si forgia di un sound vigoroso fatto di ripartenze, fermate, esplosioni chitarristiche e ritmiche vagamente nu-metal.
Ovviamente il tutto è rigorosamente strumentale: le progressioni sono imponenti, le atmosfere epiche quanto basta, i muri di suono difficilmente penetrabili.
Eppure, anche dopo diversi ascolti, non riesco a farmeli piacere più di tanto. Sarà che nel genere ci sono già i maestri e i nuovi assi, (i cui nomi non sto a ripetere), e questi ragazzi fanno molto bene il loro lavoro e sono da ammirare, ma non mi fanno impazzire.

65daysofstatic - The fall of math (2004)

sabato 27 dicembre 2008

Bauhaus - Swing the Heartache: The BBC Sessions 1980-83

Non c'è che dire, le raccolte della BBC inglese sono sempre stati degli ottimi prodotti, assemblati in modo intelligente ed esaustivo. Specialmente per i gruppi storici della new-wave, al punto che questo Swing the heartache è diventato per me il disco definitivo dei Bauhaus.
Una band che in solo 5 anni di attività ha settato gli standard per il gothic-rock a venire, e non solo. Contesi fra violenza, meditazione, spasmi e terrore, i 4 di Northhampton sono stati una grande influenza anche per certi acts di successo come i Nine Inch Nails. E questa raccolta pesca a piene mani dalle sessioni sia per Peel che per Jensen in un quadrienno; pur mancando di pezzi storici come Belalugosi's dead o Dark Entries, non c'è da stare tanto tranquilli lo stesso: ancor prima di pubblicare il primo disco, incendiavano le sale BBC con le scansioni atomiche di Double Dare, gli psicodrammi di God in an alcove e The spy in the cab, per poi divertirsi con la cover dei T.Rex Telegram Sam. Col vocalismo strozzato e profondo di Murphy, il chitarrismo rotante ed atipico di Ash, la potentissima ritmica dei fratelli Haskins, furono uno dei gruppi emotivamente più potenti dell'intera new-wave. Le danze tribali di In the flat field, St.Vitus Dance, i funk starnazzanti di In fear of fear e Poison Pen, chiudevano una prima fase di sconvolgimenti per aprirne una di maggior riflessione e complessità psichica. Il lounge di Party of the first part, il dub manipolato di Departure, il melodramma teatrale di Three shadows, gli scenari apocalittici di Silent hedges, e la diabolicità dei Bauhaus non era per nulla inferiore se i ritmi si rallentavano e le implosioni restavano represse. Con le ultime sessioni del 1983 si vede una band già in procinto di split, con l'inutile cover di Ziggy Stardust (utile solo a far cassa a Bowie), ma anche col ripescaggio di Terror couple kill colonel, le danze selvagge di Third Uncle e Night time, e col saluto finale del dub malinconico She's in parties, che paradossalmente sarà uno dei loro maggiori successi. R.i.p.

Bauhaus - Swing the Heartache: The BBC Sessions 1980-83

venerdì 26 dicembre 2008

Chrome - Red Exposure (1980)

Sbagliato considerare questi Chrome gli stessi dei due capolavori precedenti. Red Exposure segnava una sorta di normalizzazione delle strutture, ed è comprensibile un certo senso di delusione al primo ascolto. Si apriva il secondo periodo di Edge e Creed, su di un percorso meno tortuoso: se le sonorità erano comunque quelle, non c'erano più gli scenari apocalittici nè gli sballi atomici di Half machine lip moves e Alien Soundtracks.
Ma non mi è possibile stroncarlo, in ogni caso, perchè la chitarra di Creed è sempre lei, pronta a scansionare allucinazioni spaziali, mentre la ritmica e le macchine di Edge tracciano sempre un solco di grande originalità per gli anni. Songs tirate come Eyes on mars, Animal, Eyes on the center, sono meccanicamente calibrate, con le classiche rullate di Edge, le vocoderizzazioni stranianti, le staffilate di Creed. L'ambient di Room 101, la trance oscura di Jonestown, le gag dementi di Static gravity ed Electric Chair, tutto immerso in un'atmosfera post-punk che anticiperà molte tendenze del decennio entrante.

Chrome - Red Exposure (1980)

giovedì 25 dicembre 2008

Elevate - The Architect (1996)

Sconosciutissima banda inglese che fu protagonista delle primissime uscite della Flower Shop di Robin Proper Sheppard, l'indipendentissima etichetta aperta subito dopo la morte dei GM.
Il primo cd si chiamava Bronzee e nonostante una certa acerbità di fondo risultava una delle novità più interessante del versante noise dell'indie UK. The architect seguì 2 anni dopo, inquadrando un gruppo molto più sicuro di sè, in grado di focalizzare il sound in direttive compatte e grintose.
Per certi versi sono stati i Girls Against Boys inglesi; il vocalismo monocorde del singer poteva ricordare McCloud, sebbene occorre precisare che era anche diretto discendente di Mark E. Smith. Il suono invece era una mistura di Sonic Youth e Rapeman, ciò che ne consegue era un ibrido molto potente e rumoroso quanto bastava. Slowspeed to harbour e General Purpose aprivano il disco con veemenza inusitata, con una batteria assordante, chitarre aspre e angolari. La maggior qualità degli Elevate però era la grande capacità di variegare le atmosfere incendiarie con digressioni spiccatamente psico-schizoidi. Se Turn up the treble e Tuxedo Mouthpiece sono altre folli corse di violenza brada, pezzi come 2 days out of 5, Single figures, Mattress, Best Friend evidenziano un'attitudine per nulla lineare, grazie agli stop & go, ai ritmi dispari, ai grandi lavori eclettici dei due chitarristi. Non manca inoltre un paio di tranquille pause di derivazione slintiana come Oils e The resin world, spettrali elucubrazioni (specialmente la seconda) che danno tregua al casino generale, quasi un anticipo di ciò che svilupperanno i Fugazi un paio d'anni dopo. E a chiusura del disco uno spettacolare country-folk, 24 Nights, dà la buonanotte e chiude (purtroppo) il sipario su un gruppo che avrebbe meritato di proseguire il proprio percorso, mentre invece si è dissolto nella nebbia londinese...

Elevate - The Architect (1996)

Codeine - BBC Radio 1 John Peel Session 1992-94

Di tanto in tanto vado in crisi d'astinenza da codeina, e necessito di rifare quell'esperienza che per me rappresenta una sorta di bagno d'umiltà.
Io sono uno di quelli che sì, ha amato quella trentina scarsa di songs del trio newyorkese nella sua globalità, ma ritiene The white birch la loro pietra miliare. Un disco spoglio e autunnale come l'immagine della betulla in copertina, testamento espressivo di una band unica al mondo che ha fatto della modestia e della franchezza il suo punto di forza. Per breve tempo furono primi nella classifica indipendente americana, eppure si sentivano morti e forse nessuno s'immaginava ai tempi che ci sarebbe stato lo split ben presto.
Questa è una raccoltina di ciò che registrarono per Peel nel 1993-94; la formazione è quella forte di un batterista, Scharin, che miracolosamente tiene in piedi la struttura melodica di Engle e Immerwahr, fragile come una palafitta di fuscelli di fronte allo tsunami. La grinta è quella che non ti aspetti, Jr è persino più energica dell'originale. Tom è uno dei loro massimi capolavori, nonchè pezzo forte in scaletta: la maggior presenza di Scharin impreziosisce la resa di rigore marziale. Smoking Room è slintiana per quanto gli Slint erano codeiniani, lo scambio di favori è d'obbligo quanto esaltante, con quegli accordi stranianti e dolenti. Nel 94 appaiono due inediti, Median e Sure looks that way, che già testimoniano un leggero calo d'ispirazione.
La splendida ballad acustica di Immerwahr Broken hearted wine appare per ben due volte, restò timido lato b di un singolo ma denotava una vena agreste direttamente discendente da Santo Padre Nello Giovane.
Non c'è null'altro da aggiungere, come da copione. I commenti finali li avevo già espressi qui.

Codeine - BBC Radio 1 John Peel Session 1992-94

mercoledì 24 dicembre 2008

90 Day Men - Live in Bologna, Covo, 24-04-2002

Non mi lasciai sfuggire l'occasione di vederli nel loro primo tour italiano, dopo lo sconvolgimento di Critical Band, e corsi al Covo di Bologna, un club angusto dalla sala rettangolare senza uscite dietro al palco. Avevo appena comprato To everybody e la svolta era stata netta quanto sorprendente. L'androgino e anoressico Lansangan si sedeva al piano elettrico e diventava importante quanto gli altri 3. I've got designs on you partiva col delirio vocale di Lowe per poi dipanarsi in una suite vellutata e gentilmente allucinata. Non più spigolosi math-rockers dalle virtù tecnico-tattiche ma eleganti elaboratori di un sound sottilmente intelletualoide, come in Saint Theresa in Ecstasy, dieci minuti di liquefazione minimale e ipnosi circolare.
Un breve ritorno al passato chiassoso di Dialed in, uno dei capolavori dell'esordio. Alligator pomposa escursione in un dolente prog aggiornato soffre di un guasto tecnico al microfono di Lansangan, che se ne sta muto. Ancora panorami esoterici di gusto immane con We blame chicago, poi la drammatica Last night a dj saved my life: l'orchestrazione è il loro segreto, suonano ad occhi chiusi partiture per nulla semplici ed immediate in modo che gli sprazzi di melodia risaltino in modo stupefacente. Un'ultima suite deflagrante, A national car crash e a quel punto ricordo che io ero completamente ipnotizzato. Persino l'amico dalle orecchie aperte che avevo portato con me, non avendo mai sentito i ragazzi prima d'ora, rimase stupito dalla qualità dello spettacolo.
Una pausa e i pochi intimi chiedono un bisse, Case dice qualcosa, scatta una foto al pubblico e dichiara che la manderà alla propria madre. Fase di riscaldamento e parte Hans Lucas, una delle granate più eversive del debutto, con Key in grande evidenza ai tamburi. Missouri kids cuss chiude in maniera assordante, se qualcuno si era fatto prendere dall'ohm del cuore del concerto, capisce che è ora di svegliarsi e andare a casa, contento di aver assistito ad una grande serata di musica genuinamente e sapientemente underground.

90 Day Men - Live in Bologna, Covo, 24-04-2002

martedì 23 dicembre 2008

Melvins - Bullhead (1991)

Il granito puro, il marmo fattosi musica, il sabba nero aggiornatosi all'hardcore, i massimi pionieri di Seattle nei loro momenti migliori. Boris è il loro inno doom, trascinato in un abisso di 9 minuti che calpesta ogni cosa che incontra. Le distorsioni pachidermiche di Osbourne, i cori monocordi, i tamburi fondamentali di Crover con le sue fratture ritmiche, protagonisti sull'altro lentone Ligature. Fortuna che arriva Anaconda, ravvivando (per modo di dire) la malsanità; due minuti e mezzo di violenza dispari, diventerà un classico dal vivo soprattutto per le virtù del biondo drummer. Addirittura esaltante It's showed, un mid-tempo dall'impeto rock'n'roll come solo i Melvins sanno (sapevano) fare. Sulla stessa scia, ma con enfasi drammaturgica, si prosegue con Zodiac, poi con If I had an exorcism vengono fuori le prime avvisaglie di stranezze che negli anni successivi abbonderanno; per oltre 2 minuti Osbourne fa l'assolo più minimale della storia, una sola nota. Di nuovo nella melma con Your blessened, allucinazioni a go-go. E con Cow si chiude perfettamente, marcia marziale che sfocia in un'assolo di Crover, degna luce dello spettacolo su uno dei migliori batteristi al mondo negli anni '90.
Tori scatenati, ma terribilmente controllati nel loro incedere intimidatorio.

Melvins - Bullhead (1991)

lunedì 22 dicembre 2008

Nick Cave - From her to eternity (1983)

Autentiche colonne sonore del girone infernale dei perversi.
Smarcatosi dai Birthday Party, il cavernoso presentò questo feroce biglietto da visita così come se nulla fosse. Un disco difficilmente descrivibile, dagli arrangiamenti atipici per quanto classicamente dannati, dalle licantropie vocali instancabili. Una formazione di originalità stellare lo appoggiava in modo magistrale; da sottolineare la poliedricità di un Adamson, uno dei più grandi bassisti in assoluto della new-wave, la batteria sospesa e il piano lugubre di Harvey, le quasi impercettibili stilettate chitarristiche di Race e Bargeld. Se nel 1983 poteva esistere un concetto definito di croonering, venne letteralmente spazzato via da questo capolavoro di perdizione. Ci sono ben pochi attimi di respiro, fra l'incredibile title-track, le funerarie Saint Huck e the moon is in the gutter. Ma quando la melodia si apre un breve varco, i brividi galleggiano, e poco importa se è una cover (ed originalmente fu una b-side): In the ghetto, con la sua eleganza infinita e le allucinazioni sinfoniche, è soltanto un assaggino della classe che sfoggerà nelle opere successive.
Dopo essere risalito dai gironi.

Nick Cave - From her to eternity (1983)

domenica 21 dicembre 2008

Skiantos - Monotono (1978)

Non lesineranno frecciate nei confronti di Elio & le storie tese, che li presero in giro palesemente sul loro primo album. Mentre i milanesi guadagneranno consensi e fans in tutto lo stivale, i bolognesi resteranno una piccola realtà per molti ma non tanti. Monotono del punk aveva soltanto lo spirito di rottura ed anticonformismo in certi pezzi (Largo all'avanguardia, Panka Rock, Diventa demente), mentre nei restante dominava un umorismo demenziale gratuito, a volte imbarazzante. E per questo gli Skiantos sono stati dei veri pionieri del trash, in un periodo in cui le contestazioni e gli eventi politici gettavano ombre molto scure nel paese.
Musicalmente il rock era abbastanza tirato (Eptadone, Pesto duro, Io me la meno, Io ti amo da matti), di certo non punk, non disdegnando puntate nel funk sparse nell'arco del disco. Fra ben tre cantanti solisti in formazione, i fendenti ruggenti di Freak Antoni laceravano letteralmente il tanfo anche nei pezzi più spiccatamente melodici (Bau bau baby).
Oggi, dopo 30 anni, l'umorismo degli Skiantos potrà sembrare un po' vetusto ed antico, ma rimane pienamente intatta la loro funzione di precursori. E l'ascolto di quello che rimane il loro miglior disco è tutt'ora fresco e divertente.

Skiantos - Monotono (1978)

sabato 20 dicembre 2008

That's all folks! - Demos + You gotta pay 7" (1994)

Stranissimo il mio rapporto con i TAF: comprai tutti e 3 i loro demo e il 7" di You gotta pay, grazie alle famose rubriche di Rumore e Rockerilla. Poi, quando finalmente approdarono al Cd vero e proprio, per qualche motivo me li sono persi tutti e due (sono sempre nella mia lista di WANTED UPLOADS, se qualcuno capita e ce li ha, per favore faccia un fischio!).
Per certi versi, pur non facendo nulla di particolarmente innovativo, il trio barese è stato uno dei primissimi gruppi stoner a venire fuori in maniera significativa in Italia. Per quanto ne sappia, non esistono più (in rete non si trova praticamente nulla) e in pochi ne sentiranno la mancanza, ma io li ho ascoltati un sacco perchè ne ho sempre apprezzato l'ispida mistura di Stooges, Blue Cheer e Monster Magnet.
Fuzz a manetta, quindi, ma anche una buona capacità compositiva: Baby Monster, Motormouse & Autocat, Liver Lips, Wicked Garden, Lamù, sono tutti pezzi tirati fino all'esasperazione ma con un'ottima propensione alla forma canzone, in modo da evitare sbrodolamenti od eccessi tipici del genere. E nel mazzo si trova un piccolo gioiello, Eclipse, psychedelia dal passo lento e dalla splendida progressione armonica del vocalist/chitarrista Colaianni, una gemma da far impallidire Wyndorf.
Anche se fuori tempo massimo, un plauso è d'obbligo per questa realtà che seppe farsi valere al di fuori dei centri nevralgici della nostra italietta.

That's all folks! - Demos + You gotta pay 7" (1994) (Tape-Rip - n.b. very low quality!)

venerdì 19 dicembre 2008

Polyrock - Polyrock (1980)

Prendere i Devo, dar loro una raddrizzata rendendoli meno demenziali, infondergli una piccola dose di barocchismo e una ritmica veloce ma lineare, shakerare ed ottenere i Polyrock. Quintetto newyorkese, pupillo di Glass, che fece soltanto due dischi; questo primo eponimo è una raffica di pezzi che sotto una scorza gioviale nasconde linee aspre di chitarra e folate calibratissime di synth. Il risultato è un disco divertentissimo anche se molto limitato nelle varietà dei toni. Forse è più interessante l'uso delle voci in certi frangenti, ciò che genera il senso del baroque sopra citato: il pezzo migliore del disco, Your dragging feet, è l'esempio lampante: Robertson e la Oblesnay intonano un coro enfatico di fonetica davvero molto bello. Altrove il vocalist appare un po' succube delle cadenze tipiche dei Devo, quando non di Byrne dei Talking Heads.
Ma resta comunque un album piacevolissimo, che ti porta a battere il piedino senza soste.

Polyrock - Polyrock (1980)

giovedì 18 dicembre 2008

Tarentel - The order of things (2001)

Il gentile arpeggio di Adonai si ripete per 7 minuti senza variazioni, con pochissimi abbellimenti sonori. Il secondo disco dei Tarentel si apriva così, con un ambientalismo rurale contaminato da effetti elettronici all'insegna del minimalismo. Un po' come spogliare i Cerberus Shoal della sezione ritmica e ancorarli a ritmi lentissimi. L'intro degli archi su Popol Vuh camerizza l'atmosfera, quando partono basso e batteria siamo dalle parti di Mogwai; un pezzo dalla bellezza cristallina ed elegante, quasi degno del nome che porta. Una suadente voce femminile si insinua nella stasi pianistica di Ghosty Head, le arie si fanno rarefatte, inizia la parte dronistica del disco. Death in the mind of living, Pneuma sono grumi minacciosi di sound immobilizzato. Blessed Cursed chiude in bellezza con passo bandistico, dilatazioni chitarristiche, voci eteree, quasi iper-arrangiato rispetto alle trax precedenti.
Un disco che vive di larghi respiri, esercizi di ripetizione, filosofie di meditazione. Forse un po' tediante sulla lunga distanza, ma impreziosito comunque da una gemma come Popol Vuh.

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Tarentel - The order of things (2001)

mercoledì 17 dicembre 2008

Pink Floyd & Jerry Garcia - Zabriskie Point Outtakes (1997)

Lo scenario è storico; il genio ermetico di Antonioni che vuole l'impressionismo dei Pink Floyd epoca d'oro per musicare uno dei suoi film più riusciti, più enigmatici ed atmosferici.
Il regista sarà talmente esigente nel richiedere le musiche giuste che scarterà del tutto i Doors, brutalizzerà il già brutale John Fahey, e finirà per utilizzare tracce già pubblicate di artisti relativamente oscuri al grande pubblico o di popolarità limitata agli Stati Uniti.
Questo reperto ripescato dalla Emi nel 1997 comprende registrazioni che Antonioni inserì in alcuni tratti ma per qualche motivo non finirono nella scaletta della soundtrack ufficiale. Trattasi di documento che sicuramente avrà interessato i miliardi di fans del quartetto di Cambridge. Così come me, che ho letteralmente consumato per anni i loro dischi (e anche parecchi bootleg) fra il 1968 e il 1972.
Ma sarà interessante anche agli occhi dei molti seguaci dei Grateful Dead, dato che le prime 4 tracce sono takes alternative di Love Scene fatte da Garcia in perfetta solitudine, andata a finire nella famosa scena dell'amore nel deserto. In cui il barbuto si cimentava in improvvisazioni a metà fra il bucolico e il contemplativo: belle ma noiose a lungo andare, denotando una certa indecisione.
Le 4 trax dei PF non aggiungono nulla di che; si parte molto bene con Country Song, che in partenza sembra quasi una replica di Green is the colour, salvo riscattarsi in un chorus grintoso alla Nile Song, con Gilmour sugli scudi. Suggestivissimo poi Unknown song, strumentale panoramico di passaggio fra psichedelia e paesaggi rilassati. Da buttare via il blues scontato e stantio di Love scene version 6, chiude il gradevole solo di piano di Wright di Love scene version 4, cinematico quanto cameristico.

Pink Floyd & Jerry Garcia - Zabriskie Point Outtakes (1997)

martedì 16 dicembre 2008

Pere Ubu - New Picnic Time (1979)

Folli e inimitabili navigatori dell'assurdo nel pieno della loro esuberanza creativa.
Nonostante manchino anthem sudaticci e geniali come Non-allignment pact o Humor me che sigillavano il loro storico primo albo, New picnic time si segnala come forse il più coraggioso e sperimentale che abbiano mai fatto. Thomas domina in lungo ed in largo con il suo canto delirante, fin dalla martellante intro di The fabolous sequel. La band lo segue con toni degni, ritmiche sghembe, atonalità schizzate, senza mai perdere il contatto con la terra. Fra canti di volatili (A small dark clouds), reggae trasfigurati (Make hay), dilatazioni lisergiche (Goodbye), musica concreta (The voice of the sand), i PU si rendevano protagonisti di una stagione gloriosa, alfieri dell'avanguardia rock a stelle e striscie.

Pere Ubu - New Picnic Time (1979)

domenica 14 dicembre 2008

Osanna - Palepoli (1973)

Una delle opere più complesse del prog italiano e non solo, Palepoli segnò un punto di non ritorno nella breve carriera degli Osanna. Dopo di esso il declino sarà veloce ed inesorabile, il gruppo perderà pezzi importanti ed ispirazione. Sarà il prezzo da pagare per la faticaccia di comporre questi 45 minuti di contorsioni e labirinti inestricabili.
La peculiarità stava nel fare prog che non aveva praticamente tastiere (c'è qualche sprazzo di mellotron ma è molto marginale quanto kingcrimsoniano), bensì con un impianto tipicamente rock e l'aggiunta di un fiatista straordinario come D'Anna, sorta di David Jackson partenopeo. E in questo disco decisero di volgere lo sguardo alle origini della propria città; l'inizio di Oro Caldo, suite sul primo lato di 18 minuti, sembra echeggiare il tradizionale sound folk napoletano, per poi farsi investire da un panzer hard-rock tambureggiante. Le chitarre di Rustici sono protagoniste in lungo e in largo (persino frippiane in certi frangenti) , il valido vocalist Vairetti è lievemente confinato nel contesto, la sezione ritmica potente e precisa.
Lo scontro fisico fra partiture mordibe, violente e cerebralismo è ancora più accentuato sulla seconda suite, Animale senza respiro. Sospesi fra jazz, psichedelia, prog, hard, gli Osanna arrivarono con questo capolavoro ad un passo dall'eguagliare l'impresa dei loro concittadini Balletto Di Bronzo, risalente all'anno precedente. Palepoli non è un'ascolto facile neanche dopo parecchi ascolti, ma va apprezzato per la sua perizia quanto per le ambientazioni suggestive, proprio come gli scorci più affascinanti di Napoli.

Osanna - Palepoli (1973)

sabato 13 dicembre 2008

Idaho - Rare, Unreleased & Live collected 1983-2000

Una mia modestissima compilazione di pezzi presi in qua e in là per la rete, dal vecchio forum, attraverso scambi internazionali con altri fans o free download dal sito http://www.slidingpast.com, quindi manco a dirlo indirizzata a quei pochissimi che come me praticano il culto di Jeff Martin da 15 anni a questa parte (ma sono ammessi/e anche novelli/e, eh!). La cosa interessante, nonostante la frammentarietà inevitabile e i suoni non sempre limpidi, è vedere una breve sintesi del percorso del californiano. Nel 1983, neanche ventenne, prendeva armi e bagagli e si trasferiva a Londra nella speranza di sfondare. Parallyzed e Never Back again mostrano un talento in erba, pienamente immerso nelle sonorità wave-sintetiche in voga, quasi un mix di Talk Talk e Tears For Fears. L'anno dopo tornerà a casa. Passerà il resto degli anni '80 con diversi gruppi, senza ottenere un granchè, fino a quando non farà comunella con John Barry. Una manciata di demos del quartetto del 96-97, un inedito epoca Alas, altre out-takes che saranno andate a confluire sull'antologia We were young, un paio di estratti da una colonna sonora, insomma questa compilation non sconvolge la vita a noi fans degli Idaho, a parte il piacere immutato di ascoltare Straw dogs, Shoulder back, o Flat Top.
Ciò che però impressiona è una versione del 2000 di God's green earth, che altro non è che un rehersal della band che fece il tour di Hearts of palm. Già l'originale era una colonna portante dell'intero repertorio, e teoricamente sarebbe stato molto difficile migliorarla, ma qui succede il miracolo. La rendition acquista maggior velocità, profondità, una grinta più concreta nelle chitarre ed una prestazione vocale ruggente di Martin.
Che non mi stancherò mai di dire, è un artista criminalmente ignorato dal mondo.

Idaho - Rare, Unreleased & Live collected 1983-2000

venerdì 12 dicembre 2008

Japan - Gentlemen Take Polaroids (1980)

Una gran bella polaroid di Sylvian divino songwriter in erba, il quarto disco dei Japan. Con le frizioni già in atto all'interno della band, con Karn che chiedeva spazio, Dean che abbandonava per mancato utilizzo della chitarra, Sylvian stesso che già iniziava a collaborare con Sakamoto. Il successo sarebbe arrivato troppo tardi per evitare lo scioglimento, ma sarebbe stato inevitabile.
La title-track iniziale è un bell'esercizio pop-atmosferico e raccoglie tutti i classici ingredienti dell'ultima fase Japan: la forma canzone più o meno tradizionale, la splendida voce baritonale del leader, il fretless sgusciante ed imprendibile di Karn, le miriadi di tastiere di Barbieri, le ritmiche viaggianti sul dance-wave di Jansen. Di Dean, come detto, quasi nessuna traccia.
Swing incupisce i versanti melodici, che diventano quasi apocalittici su Burning bridges, desolante sinfonia per tastiere e fiati. My new career restituisce il trademark classico con uno splendido schema melodico (semplice passaggio strofa in maggiore = ritornello in minore). La ritmica fratturata di Methods of dance influenzerà non poco i primi Tears For Fears. Taking islands in Africa segna l'inizio della collaborazione compositiva Sakamoto-Sylvian, contrassegnata da umori dark-esotici.
Ma l'autentica avvisaglia di ciò che sarà in grado il bell'uomo del Kent anni dopo è il pezzo più bello che sia mai stato registrato dai Japan, Nightporter. Un madrigale solitario per piano, tastiere e archi a dir poco commovente. Sette minuti di arte raffinata e melanconica, quasi musica classica che fa rabbrividire e sognare ad ogni ascolto.

Originalmente postato il 23/07/2008. Rimosso il 12/12/2008 dal DMCA per violazione del copyright. Lasciare un commento per richiedere il link.

Fugazi - End hits (1998)

Il progressivo ammorbidimento dei Fugazi raggiunse nuovi livelli di espressività con questo End hits, grazie soprattutto ad alcune sperimentazioni di tipo armonico. Di fianco a sfuriate più o meno classiche come Place Position, Guilford Fall, Five Corporation, soprattutto l'incredibile Caustic Acrostic, (uno di quegli inni che solo i Fugazi potevano fare), si facevano sempre più strada situazioni stranianti, quasi spettrali, quasi slintiane, a dimostrare che era tempo di riflettere anzichè urlare. Recap Modotti è quasi come un dub accelerato fra riververi chitarristici cosmici. Lo strumentale Arpeggiator vive di un inusitato duello fra Mckaye e Picciotto, quasi un auto-compiacimento tecnico. Pink Frosty è diretta emanazione dalle nebbie di Spiderland. Closed captioned è una gag tragi-comica dagli sviluppi imprevedibili. Le dissonanze abrasive di Floating boy navigano a fatica fra fischi di feedback e pesanti cambi di tempo.
Un disco progressivo nell'unico senso possibile per i Fugazi.

Fugazi - End hits (1998)

giovedì 11 dicembre 2008

Genesis - From genesis to revelation (1969)

Esordio sconfessato, rinnegato, bistrattato, alla luce dei cambiamenti radicali con Trespass, resta un disco molto grazioso di folk-rock sinfonico, un'episodio ancora immerso nei sixties, ma con qualche segnale innovativo semi-nascosto nelle pieghe delle songs.
Appena maggiorenni, gli studentelli cercavano una direzione, oltre che una stabilità nella line-up. Nonostante gran parte dei pezzi siano improntati sull'acustica, Phillips non durerà che un'altro anno per poi rinunciare, e ancora meno Silver. I più determinati, invece, diventeranno delle super-star. Gabriel, Banks e Rutherford sono ancora timidi e poco propensi alle partiture spettacolari. Su tutto FGTR aleggia pesante l'influenza dei Family, ma senza l'eclettismo e la rabbia dei fenomeni di Leicester. Ma come detto, le buone songs non mancano; soprattutto When the sour turns to sweet, The Serpent, In the wilderness, In limbo, sono pezzi epici dalle progressioni melodiche eccellenti. La produzione è un punto molto debole; fu registrato in maniera alquanto approssimativa, e le pur valide partiture di archi e fiati toglievano spazio ai Genesis stessi. Ma la maturità e lo spettacolo era appena dietro l'angolo, e la trasgressione sarebbe ben presto atterrata sul loro mondo.


mercoledì 10 dicembre 2008

Bastro - Sing the troubled beast (1990)

L'ABC del rock matematico stava dalle parti di David Grubbs e questo suo progetto esplosivo che non poca influenza avrà su acts tipo i Don Caballero. La batteria frenetica di un giovanissimo McEntire, le svisate dissonanti del leader, il basso metallico e abrasivo di Johnson costituivano il ponte fra il brillantissimo hardcore degli Squirrel Bait (da cui provenivano gli ultimi due), e le successive elaborazioni avanguardistiche dei Gastr Del Sol. Insieme costituivano un power-trio capace di disegnare traiettorie drammaticamente rumorose, barbaramente selvagge ma senza mai perdere la bussola e indugiando a volte su coordinate astruse. Recidivist, ad esempio, viene qui proposta in due versioni; la prima veloce come d'ordinanza, con una coda di organo impazzito. La seconda invece chiude con il solo Grubbs al piano, non meno inquietante. Fra le schegge più acuminate, I come from a long line of shipbuilders, Demons Begone, Jefferson in drag, Noise star sono comete lanciate a folli velocità, sghembe e in direttive alquanto diagonali.
Pur essendo lievemente meno coraggioso del precedente Diablo Guapo, Sing the troubled beast resta l'esempio più luminoso di questo trio alquanto avanti per gli anni.
Come, peraltro, gran parte della carriera di Grubbs.

Bastro - Sing the troubled beast (1990)

martedì 9 dicembre 2008

Un'anno di T.M.

Breve festino per celebrare un'annetto di allegre e modeste reviews.
Un saluto caloroso agli oltre 8.000 visitatori di TM, dall'Alaska alla Nuova Zelanda, dal Giappone al Sudafrica, dal Cile all'Indonesia, dalla Mongolia al Marocco.
Con la speranza di poter procedere con la media di un disco al giorno, sfidando la vita e i suoi ritmi quotidianamente folli.
Un ringraziamento speciale ad Alessandro, sostenitore, amico e collaboratore.

I dischi più cliccati di TM:

1. Cave In - Jupiter (2000)
2. Pooh - Parsifal (1973) (è difficile da credere ma è così...)
3. Tears for fears - The seeds of love (1989)
4. High Tide - Precious Cargo (1970)
5. Wobble/Levene - Steel Leg vs. Electric Dread (1978)
6. Jah Wobble - Viep EP (1980)
7. Liars - Drum's not dead (2006)
8. Iceburn - Meditavolutions (1996)
9. Magnetic Fields - The charm on the highway strip (1994)
10. Talk Talk - Spirit of eden (1988)

Led Zeppelin - Coda (with bonus tracks 1993)

Lo fecero uscire per abbattere la mannaia dei bootleg nel 1982, oltre che per porre l'epitaffio sulla tomba di Bonzo. Lo aggiornarono 10 anni dopo per confortare chi non poteva acquistare la mega-cofana, per condividere 4 bonus trax inedite altrove. Coda raccoglieva out-takes dal 69 al 79, ed era ovviamente riservato ai fans; a livello critico non viene molto considerato dalla stampa, in quanto dispersivo, documentario puramente didascalico a sigillo della più grande band rock di tutti i tempi.
Difatti, nulla si aggiunge e nulla si toglie: We're gonna groove, residuato dei primissimi tempi, Walter's Walk del 1973, Wearing and tearing delle ultime registrazioni, sono cavalcate rocciose e sensuali come da copione del dirigibile. Mentre per Ozone Baby, l'honky-tonk di Darlene, l'assolo di Bonzo's Montreaux e il folk-stomp di Poor Tom, sono pezzi minori e tali restano.
Le vere gemme di Coda sono una rendition eccezionale di I can't quit you baby, live ripulito del 1970; lo standard blues viene raso al suolo come da un'orda barbarica, ma è un invasione di alta classe. Il suono di batteria, inoltre, mi fa pensare che Steve Albini ha avuto la sua maggior influenza di produzione da parte di Page. Di Baby come on home, sacrosantemente ripescata, avevo già parlato qui. Travelling riverside blues e White summer conosceranno miglior inserimento nelle BBC Sessions, mentre Hey Hey what can I do fu il retro dell'unico singolo che fecero per il mercato americano. Ed è una splendida ballad elettrificata, degna del tutto di III.

Led Zeppelin - Coda (with bonus tracks 1993)

lunedì 8 dicembre 2008

Naked City - Torture Garden (1989)

Anima inquieta e nomade dell'avantgarde più estrema, Zorn volle testare un'ardito miscuglio fra la free e il metal-core con la città nuda, circondato da maestri compari d'avventura come Frisell, Frith, Baron e Horvitz. Una formazione con strumenti classici, il sax del leader a pungere e un vocalist scheggia schizofrenica come Eye (nella seconda parte dell'esistenza del gruppo, fu invece Patton). Torture Garden è composto di 42 pezzi, tutti ovviamente molto corti. E' un disco imprendibile, in cui vengono citati praticamente tutti gli stili, i generi e i sub-generi della musica pop-rock-metal che siano esistiti negli ultimi 50 anni. L'enfasi è concentrata sugli aspetti estremi, il che farà loro guadagnare la fama di frange di grind-core fans: non soltanto la voce di Eye era un frullato di urla agonizzanti ed impazzite, ma spesso i 6 indugiavano in vere e proprie micro-distruzioni tipiche del genere, sempre limitandosi a durate molto brevi per poi cambiare radicalmente.
Torture Garden
è un collage che ha quasi il sentore di sigillo, di firma di un vero maestro come Zorn ad archiviare mezzo secolo di musica a modo suo, e a quello dei virtuosi che lo assistivano in questa operazione, come dire, altamente de-costruttiva.

Naked City - Torture Garden (1989)

domenica 7 dicembre 2008

Nico - Desert shore (1970)

Sinfonie dal Circolo Polare Artico, altro che spiagge desertiche... Ascoltanto l'apertura, Janitor of Lunacy, si ha come l'impressione di essere in mezzo a distese infinite di ghiacci pianeggianti, immersi in una nebbia impenetrabile. Dopo la sbornia mitteleuropea con i VU, essendosi presa il lusso di partecipare ad uno dei dischi più importanti della storia, Nico pensò bene di dimostrare la sua vera, autonoma statura di artista a tutto tondo. Desert Shore è un'espressione che non fa parte del mondo nè del tempo, The falconer sta lì a sottolinearlo: frequenze minimali di viola e harmonium fanno da statico contorno ai salmi da sacerdotessa ben poco ortodossa. Ci sono influenze di raga indiano, specialmente quando la voce si contorce, si eleva appena un po' oltre le sue ottave abituali. Il brivido è garantito. Smaltite queste due pietre miliari iniziali, la tedesca preferisce svariare su coordinate appena più consuete; Abscheid, Afraid, Mutterlein, All that is my own, tutti madrigali appassionati che attingono da una europeità profondamente radicata, ambientati su fondali drammatici e struggenti. Il tutto con la fondamentale collaborazione di John Cale, factotum strumentistico e produttore.
Di non facile assimilazione, richiede ascolti attenti e profondi per essere assaporato.

Nico - Desert shore (1970)

sabato 6 dicembre 2008

Il Volo - Il Volo (1974)

Supergruppo di personaggi ben in vista negli anni '70 in Italia, che aveva una funzione molto ambiziosa: fondere il prog con il pop.
Le potenzialità c'erano, e i risultati non furono male. Radius, Lavezzi, Dall'Aglio, Callero, Lorenzi e Tempera, erano più o meno tutti nomi orbitanti al pianeta Lucio Battisti. Ognuno di loro aveva collaborato, suonato o era amico, e l'influenza del periodo mistico del maestro 73/74 fu molto visibile in questo primo album del Volo. Disco eccellente nella produzione e nell'orchestrazione collettiva (Tempera è tutt'ora direttore molto popolare), con un buon livello di composizione, molto bello soprattutto nei momenti più panoramici ed evocativi, come l'iniziale Come una zanzara. Tutto frutto del compromesso soprascritto, lo scontro prog vs. pop., che veniva raggiunto senza troppe difficoltà, servendo sul piatto 8 canzoni suonate con tecnica, passione ed un pizzico di Anima Latina.... Era chiaro che non sarebbe potuto durare tanto, viste le diverse personalità; faranno un'altro disco e poi ognuno andrà per la propria strada.
Disco da ricordare, anche se Battisti era ovviamente un'altra cosa.

Il Volo - Il Volo (1974)

venerdì 5 dicembre 2008

Nine Horses - Snow borne sorrow (2005)

Che sia sintomatico il fatto che Sylvian abbia voluto partecipare ad un progetto denominato diversamente dal suo nome? In queste vesti, col fratello Jensen e il compositore elettronico Friedman, debuttavano i Nine Horses sulla sua etichetta personale.
Trattasi di lavoro raffinato, vellutato come d'ordinanza. Pezzi molto melodici, con la voce in primo piano. Arrangiamenti di classe, ospiti importanti, eppure qui si mostra la corda. Sylvian sembra vagare senza molta convinzione, l'ombra di se stesso si aggira fra 9 songs molto simili fra di loro. Sarà piaciuto ai fans incalliti? Preferisco glissare con noncuranza su questo progetto, il cui ascolto è tutt'altro che sgradevole, per carità. Essendo sempre stato un suo grande fan, sono il primo a dire che un passo falso ci può stare. Ma la corda si è spezzata con l'ultima, imbarazzante prova dei NH, Money for all dell'anno scorso.
Dispiaciuto, sinceramente.

Nine Horses - Snow borne sorrow (2005)

giovedì 4 dicembre 2008

Faust - Faust (1971)

Radicalismo assoluto. Totale rifiuto dei canoni espressivi. Avanguardia dell'avanguardia.
In questo esplosivo ed indefinibile debutto dei Faust c'era tutto oltre l'inimmaginabile, tre pezzi pazzi per dei soggetti folli in preda ad un terremoto di creatività. Facendo ben presente che era il 1971, e nonostante ci fossero riferimenti a generi già in onda (la psichedelia in primis, le sperimentazioni dei Pink Floyd, certo acid-rock speziato grazie soprattutto a Sosna), era la posa in opera delle sonorità a compiere il gesto di rottura, le strutture totalmente aperte, la ridicolizzazione di certi luoghi comuni popolare a rendere il disco autenticamente scandaloso.
Un mix che solo all'apparenza può apparire sconclusionato. Non si può neanche escludere che i Faust abbiano utilizzato la tecnica del cut-up, perchè certi cambi repentini di toni e timbri sembrano veramente frutto di una elaborazione aliena.
E' comunque un disco talmente provocatorio ed avanti da farmi arrampicare sugli specchi, non riuscendo a trovare le parole per descriverlo. Un'anno dopo arriverà So far, che con altrettanta genialità smusserà le asperità in favore di una sintesi appena appena più fruibile.
E sarà di nuovo rottura, irrimediabile.

Faust - Faust (1971)

Captain Beefheart - Unconditionally guaranteed (1974)

Troppo facile parlare dei dischi famosi, dei capolavori riconosciuti. troppo ovvio collegare il nome di Van Vliet a quel tomo del 1969, ultra-celebrato. Mentre questo UG è forse uno dei più criticati, ignorati e poco ascoltati. Ma voglio dire, se l'avesse fatto uno shouter qualunque, non sarebbe stato un ottimo disco di soul-blues perfettamente in tono con la metà anni '70?
Forse non si giudica bene la qualità del prodotto perchè si ha la mente offuscata dai cunicoli dissonanti e enormemente influenti del primo periodo, oppure dalle ultime geniali sfornate prima dell'abbandono. Allora sì, UG è nettamente inferiore come creatività, come originalità, ma perchè non lasciarsi andare comunque all'ascolto di 10 pezzi carismatici, viscerali e graffianti? Forse il tasso melodico è troppo alto? Forse gli arrangiamenti sono un po' pulitini ed educati? Va bene, UG resta un pezzo minore della discografia, nella stessa misura in cui lo è stato Sefronia o Look at the fool di Tim Buckley. Se lo si prende a sè stante, chi lo ha fatto era comunque un asso di briscola e in qualunque stile lo abbia generato, è il disco di un asso. In questo caso poi, lo si intende ancora meglio quando si arriva alla traccia n. 8, This is the day, splendida ballad dai raggi di sole accecanti. Certi assoli di Harkleroad sono veramente brillanti e la pasta del Capitano è sempre quella, il suo ruggito è inconfondibile.
Anche se è un disco minore.

Captain Beefheart - Unconditionally guaranteed (1974)

mercoledì 3 dicembre 2008

Ugly Casanova - Sharpen your teeth (2002)

Un supergruppo capeggiato da Brock dei Modest Mouse, molto probabilmente un one-shot.
Il talento melodico del songwriter si scontra con le avanguardie folk-rumoristiche di Rutili dei Califone, mentre in line-up figura anche Pall Jenkins, della cui divina voce però si trovano ben poche tracce. Un lavoro molto ambizioso nel suo vagare fra atmosfere acustiche alla Wilco, decostruzioni country, atmosfere svaccate e sleazy quanto basta. Il cantilenare tipico di Brock è un marchio di fabbrica già ampiamente consolidato al tempo, e chiaramente i numerosi fans dei MM avranno trovato pane per i loro denti.
A me annoia parecchio.

Ugly Casanova - Sharpen your teeth (2002)

martedì 2 dicembre 2008

Deep Purple - Who do we think we are (1973)

Aver fatto parte di una cover-band dei DP per 3 anni per me è stato un compromesso inevitabile. Sia ben chiaro che era divertente suonarli, ma il mio animo era sempre rivolto ai miei complessi preferiti della sponda uk-hard, Led Zeppelin e Black Sabbath. Non sono mai impazzito per Made In Japan, ma avevamo in formazione un vocalist, Nico Hippy, che assomigliava veramente a Gillan e per questo avevamo sempre abbastanza gente ai gigs. Un giorno, parlando con lui di quale fosse il nostro disco preferito, convenimmo insieme che era questo WDWTWA. Forse uno dei più ignorati, bistrattati e mal giudicati da tutti. L'ultimo con la line-up storica, prima dei litigi che provocarono due fughe clamorose. Eh sì perchè, dopo le sbornie di MIJ, gli eccessi dei dischi precedenti, pervenirono ad una raccolta che in un certo senso mitigava i solismi in favore di un suono più organico, di gruppo e di respiro. E perchè no, anche songs migliori; la ruvida raffinatezza di Woman from Tokyo apre in bellezza, i giri vorticosi di Super Trouper e Rat Bat Blue sono orchestrati alla perfezione e grintosi quanto basta. E nel finale, i migliori pezzi che abbiano mai composto; il blues atipico ed atmosferico come Place in line, che spazza letteralmente via Lazy in termini di personalità e ricchezza. E l'hard-soul di Our lady peace chiude con una bellissima progressione di accordi e voci eteree a doppiare Gillan, per un piccolo capolavoro di semplicità.
Cosa rarissima per una band spesso troppo narcisistica.

Deep Purple - Who do we think we are (1973)

lunedì 1 dicembre 2008

Wall Of Voodoo - Dark Continent (1981)

Wave-Western trattato e sintetizzato per i losangelini, un'idea veramente originale ai tempi d'oro dell'ondata. Un sound trattato con drum-machines, tastiere analogiche di ogni tipo, la chitarra country'n'blues elettrificata di Moreland e soprattutto la voce di Ridgway, che a sentirla mi immagino proprio lui con soprabito, cappello a falde larghe, stivali con gli speroni, a cavallo per il deserto, con un armonica in tasca.
I WOV sembravano quasi giocare con le loro canzoni, con quest'ibrido dagli alti rischi. Le atmosfere vagavano fra il divertito e il semi-drammatico, fra il teatrale e il cinematico. Un po' come i Devo ma in versione leggermente più seria.
Forse con una batteria umana il risultato sarebbe stato più concreto; la cosa che è forse è invecchiata peggio in Dark Continent è proprio la produzione, eccessivamente meccanizzata nel contesto generale, che peraltro conteneva una buona media di composizione.
Un buon disco, nulla di sconvolgente rispetto ad altre produzioni contemporanee.

Wall Of Voodoo - Dark Continent (1981)