martedì 31 marzo 2009

The Clientele - God Save (2007)

Arriva la primavera (almeno sulla carta) e torna la voglia di ascoltare i Clientele, col loro squisito pop e l'ultimo disco risalente a un paio d'anni fa. In cui, al trio storico guidato da Maclean, si aggiungeva in pianta stabile l'avvenente e biondissima polistrumentista Draisey, una jolly adibita all'ispessimento e abbellimento del sound. God Save è un albo in cui sinceramente non viene aggiunto nulla di nuovo, ma d'altra parte forse nessuno si attendeva stravolgimenti da parte di una band che sembra sia stata trasferita dal 1969 direttamente da una macchina del tempo.
Semmai la cosa che salta all'occhio, oltre agli interventi della Draisey, è una maggior cura e pulizia del suono. Cosa che secondo me non è che li abbia avvantaggiati tanto, a fronte del fatto che non trovo pezzi killer come House on Fire in The violet hour. Ciò non significa che GS sia un'altra splendida esposizione di vignette vintagiste, di melodie solari e rilassate, di songs semplicemente perfette. Le sinfonie di Dreams for living, Isn't life strange, From Brighton beach, le frizzanti accelerazioni di Winter on Victoria Street, Somebody changed, Bookshops Casanova, le sensuali e lussureggianti The queen of Seville, These days, non c'è un pezzo brutto o fuori luogo. Il tutto ovviamente con la somma benedizione, dall'alto, di San Arthur "Love" Lee.

The Clientele - God Save (2007)

lunedì 30 marzo 2009

The Clean - Compilation (1986)

Dalla lontanissima Nuova Zelanda, un complessino molto artigianale che da quasi 30 anni (periodi di ferma a parte) produce pop di qualità notevole, spiccatamente sixties nell'approccio, con qualche spruzzata di wave e surf. Compilation (titolo pleonastico) fu quindi una sorta di epitaffio, una antologia di ciò che avevano registrato negli anni precedenti, uscito in un momento in cui i Clean non esistevano più. L'entusiasmo che ne scaturì li portò alla reunion, e di fatto a tutt'oggi sono attivi. Una ventina scarsa di squisite pop-songs che si fanno mangiare come caramelle, in cui certi strumentali infilati a mo' di intermezzo risultano essere quasi più interessanti dei pezzi canonici (la psichedelia di Fish, la psicosi joydivisionana di At the bottom). L'organetto recita un ruolo speciale negli arrangiamenti; a volte sembrano degli Stranglers scazzati ma molto più convincenti, certe strutture tipicamente surf (Beatnik) sembrano power-pop dei Ramones travestiti da Iron Butterfly.
Davvero un'ottima band, questi Clean. Ascoltando questo meltin-pot di tanti generi si capisce da dove hanno attinto a piene mani My Dad is Dead, Pavement, Sebadoh, Smudge e tanti altri protagonisti dell'indie-pop degli anni '90.

The Clean - Compilation (1986)

domenica 29 marzo 2009

Circus Lupus - Super Genius (1992)

Una delle formazioni più dotate e brillanti (secondo me superiori ai Fugazi) del panorama hardcore americano dei primi anni '90, insieme ai Drive Like Jehu. I CS sono durati appena 3 anni e 2 dischi in cui davano alla luce un sound nevrotico, sincopato e dalle mille soluzioni. E perchè no, anche progressivo; nonostante i pezzi brucino nell'arco di pochi minuti, certe fratture ritmiche, formule armoniche e dissonanze possono allinearli tranquillamente a gruppi come gli Shudder To Think o DLJ stessi, con una tendenza maggiore alle abrasioni soniche.
La cosa principale è che i CL avevano in formazione la miglior batterista donna che abbia mai sentito, la Casebolt che insieme a Lorinczi formava una sezione ritmica di pregio, vero motore propulsivo del gruppo. La chitarra emo di Hamley e l'urlo afono e rauco di Thompson completavano il quadro, per un esordio granitico e trascinante che non si ferma un attimo, con pochissimi concessioni alla melodia. Un pezzo su tutti, il rollante Pacifier.

Circus Lupus - Super Genius (1992)

sabato 28 marzo 2009

Circle X - Prehistory (1981)

Ma quanto erano avanti questi, che non a caso erano originari di Louisville e partivano da un classico substrato punk-hardcore (uno dei gruppi di confluenza si chiamavano No Fun, la foto sopra è ad essi riferita, non esistendone dei Circle X stessi) per approdare a questo capolavoro ristampato da Grubbs l'anno scorso, giusto dopo un quarto di secolo (anche se fu registrato nell'81, ma all'epoca passarono un par d'anni prima che potesse essere divulgato per quei pochissimi). Ancora oggi è difficile inquadrare queste ardite sperimentazioni di post-wave-noise percussivo ed avanguardistico, musica aliena e fuori da ogni luogo comune. L'unica cosa che mi verrebbe da dire è che furono una versione post-atomica del Pop Group, ma senza qualsiasi pulsione di musica nera, nessuno schema o parvenze di songs. I 6 pezzi di Prehistory sono semplicemente flussi eni/magmatici che visto il periodo, potevano essere lontanamente imparentati col dark-punk (il giro desolante di Prehistory part two), con una trasfigurazione totale di suoni. La chitarra radioattiva di Witsiepe spargeva scorie bollenti, sopra la quale il vocalist Pinotti delirava passando dal furente all'ipnotizzato. Dietro di loro i fratelli Letendre, fra chitarre, loops, e qualsiasi oggetto che si potesse percuotere. Era proprio questo l'aspetto più caratteristico, secondo me, dei Circle X; il percussivismo selvaggio che rimandava, casualmente, alla preistoria, agli istinti più primordiali dell'uomo.
Tutto il disco è fantastico, senza pause o perdite d'intensità; a partire dal minimalismo di Current, il Pop Group privo di sangue di Prehistory One, proseguendo con il sisma flangerizzato di Culture progress, l'esplosione di Pinotti (non un cantante, ma uno strumento atipico) in Under World, per terminare con i Pere Ubu sfigurati (che è già dire tutto) di Beyond Standard.
In giro per la rete si trovano pochissime info, ma mi piacerebbe si rendesse giustizia a questo manipolo di geni, a questo scopo utilissima è la consultazione di due blog molto interessanti che rendono disponibile la scarnissima discografia dei Circle X.

Circle X - Prehistory (1981)

venerdì 27 marzo 2009

C.S.I. - Tabula Rasa Elettrificata (1998)

Famoso l'aneddoto per cui, per una settimana, questo disco fu primo in classifica in Italia. Ero a naja quando mi fu comunicato l'evento da un mio carissimo commilitone, che mi aveva fatto conoscere, per dire, gli Husker Du. Non potevo proprio crederci, e per quella settimana il mondo sembrò migliore. Vidi suonare i CSI l'anno prima, e rimasi abbagliato dalla loro potenza, luce e carisma. Ma questo T.R.E. sbaragliò i dischi precedenti per completezza, composizione, suoni e produzione. Laddove Ko De Mondo e Linea gotica apparivano un po' debolucci, questo era molto più convinto, compatto, e per l'appunto, più elettrico anche nei momenti più quieti come la splendida Ongii. Canali si erge a protagonista, nelle enfatiche Unità di produzione, Forma e sostanza, nelle atmosferiche Brace e Accade. Squisiti momenti dark-metallici in Vicini, la Di Marco sale in cattedra nella delicatissima Bolormaa, vecchi residui etnico-orientali in Gobi.
E nel finale due bombe atomiche: Matrilineare inizia come Punk Islam, il chorus è puro CCCP style con chitarre noise. M'importa na sega chiude in bellezza con un cingolato ispido e coda delirante. Ferretti in splendida forma a declamare ma anche a cantare, Maroccolo marca stretto col basso, Zamboni sembra un po' defilato, il disco rende molta giustizia a Canali e a Magnelli che sembrano essere i propulsori principali dei pezzi.
Degna chiusura sia per il Consorzio, che per la saga ferretti-zamboni, che di lì a poco litigheranno e si diranno addio.

C.S.I. - Tabula Rasa Elettrificata (1998)

giovedì 26 marzo 2009

Bright Eyes - Letting Off The Happiness (1998)

Cantautorato classico, semi-acustico, con canzoncine gradevoli, qualche puntata di psicosi ma fondamentalmente pop per Oberst.
Ma per me qui è meglio svoltare in fretta e passare ben oltre. Per due volte oggi, ho cercato di ascoltare questo disco fino alla fine, senza proprio farcela. Ero curioso di sentirlo perchè anni fa fece un tour con gli Arab Strap, ma qui c'è solo un pezzo interessante, Pedraic my prince. Per il resto Oberst passa dal pop più stucchevole a, nel migliore dei casi, tentativi fallitissimi di imitare Smog, persino nella voce.
Imberbe.

Bright Eyes - Letting Off The Happiness (1998)

mercoledì 25 marzo 2009

Blonde Redhead - Melody of certain damages lemons (2000)

Squisita e fatalista, la musica dei BR, questo è il mio pensiero. Qualcosa che non è nè americano, nè giapponese, nè italiano, musica che è comprensibilmente apolide. Di certo i suoni col tempo si sono ammorbiditi, le derive noise si sono ridotte e un sentore pop si è fatto avanti prepotentemente. Col relativo aumento di fascino, si potrebbe dire: li vidi live ad Urbino all'epoca di questo Melody, ma non rimasi particolarmente colpito. Erano profondi, ben disposti ed ordinati ma mi trasmettevano una certa freddezza.
Meglio i dischi in studio, anche nella seconda fase della loro vita, per la quale sono stati fatti tanti nomi di paragone, molto contraddittori per la verità; ritengo la loro maggior dote l'effettiva personalità, l'originalità per la quale i loro lavori si riconoscono lontano un miglio.
Le pantomime della Makino (In particular, This is not) sono le parti più spensierate e sbarazzine, i flussi melodrammatici di Pace (Loved despite, Melody of certain three, A cure) impongono riflessioni. Il meglio lo ottengono quando i poli opposti si incrociano e fanno scintille emotive: Hated because con l'angoscia misurata (quella che era esagerata, ad esempio, su Fake can be just as good) del songwriting più ispirato, e il trittico finale, quanto di più disorientante abbiano prodotto: Prima e dopo la scossa sismica di Mother, breve ritorno psicotico alle origini, ci sono due perle assolute; For the damaged, ballad pianistica strappalacrime, e la stupefacente For the damaged coda, per me il loro vertice barocco, due minuti e mezzo di pelle d'oca ancora col piano, le vocals ansimanti della Makino, una batteria leggera, e la magia è servita. Che da sola basta a rendere il disco uno dei migliori dei BR.

martedì 24 marzo 2009

Black Flag - My War (1983)

Schizoidi, imprevedibili, vertiginosi i BF di questo secondo albo, pesante successore di quel caposaldo danneggiato di portata storica. Disco dalle due facce ben distinte, con la prima facciata di hardcore peso e teso sulla scia dell'esordio; My War e I love you sono anthem trascinanti composti da Dukowski che però non faceva più parte della band, oberato dagli impegni con la gestione della SST. Le schitarrate scure e dissonanti di Ginn la fanno da padrone, Can't decide, Forever time, schegge impazzite su cui Rollins si sgola come un ossesso a salmodiare. Ma le sorprese arrivano col passare del disco, The swinging men è un cadenzatissimo ed irregolare tornado di sconquassi. Il lato B poi è completamente fuorviante: la bandiera si unisce al sabba, in un unico colore. Ginn si traveste da Iommi e viene creato il sound che i Melvins porteranno al successo una decina d'anni dopo. Ritmi rallentatissimi, atmosfere sballate seppur asciutte, per tre pezzi extra-large rispetto ai loro standard abituali. Ginn svisa con spine acuminate, Rollins sembra un internato da centro d'igiene mentale, Stevenson tiene il passo con fermezza. My war fu un disco di svolta, disorientante ed influente, che a tutt'oggi non perde un'oncia della propria "sgradevolezza".

Black Flag - My War (1983)

TM superclassifica 1966-2008


Questo è un giochino, una cosa che mi diverte molto, anche se ho sempre pensato che le classifiche siano variabili nel tempo, a seconda dell'umore o degli ascolti del periodo. E' un po' come fare un bilancio degli ascolti degli ultimi 20 anni, ma è comunque una istantanea di adesso. Domani qualcosa potrebbe già essere cambiato, specialmente per gli ultimi anni, i cui ascolti sono troppo freschi....

Per gli ultimi 5 anni occorre andare al ballottaggio, causa ascolti ancora troppo recenti. Indico un podio che dovrà passare la prova del tempo.

lunedì 23 marzo 2009

Bellini - Small stones (2005)

Il solito math-noise angosciante e angolare, questa volta italo-americano.
Non ho molto da dire in merito; non sono mai stato un fan degli Uzeda, nonostante certe buone prove nella seconda metà dei '90. E' che questi Bellini sembrano avere ben poche idee, partorendo un disco che ricicla quelle atmosfere, pur beneficiando di un batterista d'eccezione come Fleisig. La voce della Cacciola è il solito incedere semi-recitato, un po' indebolito rispetto al passato a dir la verità. Tilotta sforna riff metallici e spigolosi come da copione, insomma, forse il genere è veramente invecchiato, ma questi Bellini mi sembrano veramente manieristici e ben poco creativi.

Bellini - Small stones (2005)

domenica 22 marzo 2009

And Also the trees - 1983 And Also the trees

Quand'ero un fan inguaribile dei Cure, nella prima adolescenza, leggevo le biografie e vedevo questo nome ricorrente nei primi anni '80, And Also The Trees, i tour insieme, il primo disco prodotto da Tolhurst, l'amicizia, etc...Poi mi sono completamente dimenticato di loro. Qualche anno fa, è stato uno dei primi nomi che ho voluto scoprire con l'avvento del filesharing. E ho fatto la conoscenza di questo buon gruppo, tutt'oggi attivo, che è partito dalla pesante influenza del dark-punk per poi sapersi rinnovare in maniera elegante, sviluppando inusitate sonorità che nulla hanno a che fare col gotico (lounge, blues, jazz), sempre mantenendo viva la loro marcatissima impronta british, e contaminandola con una componente mitteleuropea davvero suggestiva. Intanto però questo debutto eponimo fu un classicissimo caso di post-punk atmosferico; proprio mentre i Cure abbandonavano il genere, gli AATT attaccavano il lato A con quello che sembra uno scarto di Pornography, minaccioso e mesmerico. Il tenore di Huw Jones è lo snodo centrale del sound, con la chitarra minimale di Jones a tessere trame discendenti e flangerizzate. Tutto il disco è permeato di un pathos teatrale e drammatico, le influenze sono molto evidenti e sarà piaciuto ai fans stretti del genere.
Nonostante sia un genere invecchiato oltre misura (chiaro che i Cure della trilogia sono esenti da senilità in quanto immortali), trattasi ancora di ascolto gradevole e significativo.

And Also the trees - 1983 And Also the trees

sabato 21 marzo 2009

Peter Hammill - Typical (Live 1992)

L'uomo solo, con la sua già imponente storia alle spalle, col piano o con la chitarra, e con le sue doti più grandi, la voce e le canzoni. Nel vecchio continente e, citando un suo vecchio disco, nell'angolo silente e nel palco vuoto. Typical è un live monumentale e quando lo ascolto mi rendo conto di una cosa: purtroppo non conosco fan incalliti dell'uomo come me, neanche sul web (per mia mancanza), e non so cosa ne pensa la maggioranza dello zoccolo duro. Io lo ritengo una pietra miliare assoluta, insieme ai dischi degli anni '70, che fa risaltare questo grande uomo.
E' la bellezza pura ed incontaminata unita alle frequenze disturbate della psiche, è la vita riflessa sulla maturità ormai raggiunta (al tempo aveva 44 anni), è un compendio magnifico della discografia di un soggetto che, pur avendo doti sovrannaturali, è estremamente terreno e semplice. Ricordo di avere scritto poesie ispirate all'ascolto di Typical anni fa, ma sto divagando. Un quarto di secolo l'arco della raccolta: Afterwards e Darkness sono nei bis, su grande richiesta del pubblico. Poi ci sono My Room (versione incredibile), Vision con la sua dolcezza sempre infinita, The comet e Modern con la loro rabbia abrasiva, la neo-classicità di The future now. Andando avanti nel tempo, una commovente Just good friends, le fenomenali Curtains, Too many of my yesterdays, Our Oyster, Time to burn, A way out. Sono catalizzazioni magnetiche dal fascino unico, melanconico e completamente estraniato dal mondo comune.
Le orecchie aperte noteranno gli errori al piano, frequenti e forse causati dal pathos e l'enfasi con la quale il nostro canta. E buon per chi capirà, perchè per quella voce si può dare tutto sè stesso, perchè quest'uomo da solo è libero di interpretare le songs al momento, come meglio crede. E noi fans saremo sempre contenti.

Peter Hammill - Typical (Live 1992)

venerdì 20 marzo 2009

Alaska! - Emotions (2003)

Chiamiamole pure emozioni, eppure ritengo che la parentesi Alaska! sia stata una fase di transizione per uno dei miei cantautori preferiti degli ultimi 10 anni, il buon Wasif. Che in questa sede stringeva amicizia e lavoro con Pollard, batterista fido di Barlow (tutti insieme collaboreranno nello stesso anno alla chiusura della Folk Implosion) e rilasciava due dischetti di onesto indie-mid-fi, dai tratti distintivi personali ma comunque molto lontano dagli sconquassi dei Lowercase, e prematuro dei recenti capolavori a nome proprio.
Echi neilyounghiani nell'accezione più agreste possibile (Resistance, Sun don't shine), implosioni appena appena più lineari di barlowismo (Broken, S.S, Candycane), qualche giro dinosaur jr, Emotions è un flusso molto gradevole, dai toni prettamente positivi; non che questo ne sminui le qualità, eppure Wasif fece e farà molto di meglio dando libero sfogo alle sue tensioni interiori e più crepuscolari.

giovedì 19 marzo 2009

Aereogramme - Sleep and release (2003)

Curiosa progressione, dal post-rock geometrico dei Ganger a questa sorta di emo-prog-indie. Gli scozzesi, nell'arco di 6-7 anni, hanno prodotto quella che si potrebbe definire la risposta super-alternativa ai Muse, in fatto di prosopopea. Il tutto va preso ovviamente con le molle ben estese, giacchè la peculiarità non mi permette di pervenire a nessun'altro paragone.
Sleep and release si potrebbe definire il loro non plus ultra di ambizione, proponendo un calderone alterno di sonorità. I chitarroni metal si sono ridotti quasi al minimo, la percentuale di barocchismo aumenta, qualche effetto elettronico si infiltra subdolo, le melodie sono sempre molto ricercate e ripiegate su un mood molto oscuro. Quasi un punto d'incontro fra i Cure più ossessivi, gli Smashing Pumpkins di Siamese Dream, gli ultimi Unwound, gli Slint e gli Isis (fantastico lo split con quest'ultimi).
Sleep and release è albo che a lungo andare mostra le notevoli abilità del quartetto, capace di svariare in humus diversissimi. Fra le ballads, splendono Untitled, A simple process of elimination, A winter's gratitude, finezze in punta di dita. Il grosso però gli Aereogramme lo spendono sulla grinta di Older, No really everything is fine, Indiscrection, pieces eclettiche dalle progressioni enfatiche.
Avrebbero meritato senz'altro una maggior esposizione.

New fixed link 22/03/09
Aereogramme - Sleep and release (2003)

mercoledì 18 marzo 2009

Built to spill - You in reverse (2006)

Un colpo di coda dopo 5 anni di stop fu l'ultimo disco dei BTS, autenticamente entusiasmante. Come si suol dire, il tocco definitivo di Martsch e del suo songwriting, quasi una visione estraniata del mondo (vista anche la provenienza, lo sperduto Idaho) e, alla pari dei cugini Caustic Resin, profondamente radicata nel Neil Young più elettrico. L'apertura è già da urlo: Goin' against your mind è una lunga folata di vento battagliero, che indugia per 9 minuti nella stessa tonalità, ma nella quale succede un po' di tutto. Le sferzate chitarristiche del leader la fanno da padrone anche se le songs hanno sempre la precedenza, come nella dolente Traces, contrassegnata da uno splendido arrangiamento. Fra jingle jangle zuccherati (Liar, Saturday) e grintosi grunge (Conventional wisdom), agresti power-ballads (Gone, The wait) il disco scorre che è proprio un piacere, prima di pervenire alla sua vetta in Mess with time. Prima fase in minore arabeggiante, epica e drammatica: seconda fase dal ritmo ska e chitarre surf, un ibrido inaudito che rivela la grande, inguaribile dote dei BTS: una grande jam band.

Built to spill - You in reverse (2006)

martedì 17 marzo 2009

Balletto di Bronzo - Ys (1972)

Per me la medaglia d'argento del prog italiano, dietro i Metamorfosi, Ys fu una congiunzione astrale clamorosa. Curiosa la storia dei napoletani, partiti dal beat ed approdati a poco a poco ad una forma letteralmente apocalittica di horror-prog che spezza in due Goblin e compagnia bella. Leone entrò in un gruppo confuso e ne prese la guida decisa ed estrosa, portandoli ad un tour de force granitico ed affascinante. Immancabilmente concettuale, Ys è anche un epico showcase delle doti tecniche ed effettistiche di tutti e 4 i componenti. Se il lavoro impressionante di Leone può splendere di luce propria per tutta la durata, è merito della sezione ritmica che lavora ai fianchi come nel miglior jazz-rock (fantastici i suoni della batteria elastica di Stinga), e di un chitarrista spigoloso e ipercinetico, Ajello, che per diversi minuti viene anche emarginato dalle performance ma quando entra sconvolge tutto, con le sue distorsioni maniacali e schizoidi.
Impossibile descrivere il flusso senza soste che permea i 45 minuti di quest'opera monumentale, in cui sono stati fatte tante critiche per la voce di Leone, per la sua insistenza sulle note alte e per il tono un po' discutibile. Critiche che secondo me sono sempre state da far scivolare dietro le spalle, dettaglio minimo che non mette per nulla in discussione il discorso.
Inevitabile fu lo scioglimento a causa "mancanza di successo", un vero killer del periodo. Inutile la bonus track del singolo fatto uscire l'anno dopo per obblighi contrattuali. Imparagonabile la versione attuale del BDB, con Leone ancora molto in forma ma con suoni ultra-moderni che non hanno nulla a che fare con l'originale (non c'è neanche la chitarra).

Balletto di Bronzo - Ys (1972)

lunedì 16 marzo 2009

Cows - Sexy pee story (1993)

Degenerati, scalmanati e perversi, le mucche da Minneapolis, fautori di uno dei più spericolati noise-rock in circolazione nell'era d'oro del genere. Sexy pee story, ricordo, fu sponsorizzato alla grande da Sorge su Rumore; col canto depravato di Selberg, il chitarrismo cingolato di Eisentrager, la devastazione della sezione ritmica, superavano alla grande l'hardcore e pervenivano a forme allucinate, non troppo distanti dai God Bullies, quando non si accostavano timidamente ai Jesus Lizard (Mrs. Cancelled). Ma fra i fumi densi e metropolitani dell'autentica guerriglia sonora, compare a sorpresa la title-track, di gran lunga il pezzo migliore: un intro di jazz sballato a ritmo di pow-wow e chitarre stridenti, per poi cavalcare il rodeo sul toro impazzito, anzi sulla mucca...

Cows - Sexy pee story (1993)

domenica 15 marzo 2009

Djam Karet - The devouring (1997)

Un po' l'equivalente californiano degli Ozric Tentacles, in una versione logicamente più sobria e più progressiva, se vogliamo: tecnica strumentale ben oltre la media, stessa formazione da più di vent'anni, un'infinità di dischi pubblicati, sempre strumentali, un gruppo da jam di studio con le dovute misure (uno dei due chitarristi si è inventato una carriera scrivendo sottofondi televisivi). The devouring è un pastoso mix di tutti gli stili possibili ed immaginabili, andando dall'hard-rock al progressive, dall'ambient all'etnica, dal pomp-rock all'acustica, e così via. Per dare idea degli estremi che i DK possono raggiungere basti sentire Myth of a white Jesus, rilassato ambientale che ricorda il David Sylvian di Gone to earth, e poi tuffarsi nello spericolato hard-funk di Forbidden by rule. Sarebbe bastato tagliare qualche zuccherino di troppo, condensare un po' certe idee e questo disco sarebbe stato memorabile. Ma immagino che, come tanti gruppi del genere, i DK siano musicisti che amino molto specchiarsi e auto-indulgersi nei loro virtuosismi, perdendo così il controllo delle emozioni....

Djam Karet - The devouring (1997)

sabato 14 marzo 2009

Dirty Three - Sad and dangerous (1994)

Il pezzo finale, Turk, è un delirio misticheggiante di 10 minuti nel quale, da un momento all'altro, ci si potrebbe aspettare l'ingresso di Jim Morrison. Me li immagino proprio, i D3, a jammare al chiaro di luna del deserto australiano; con Ellis al violino con pick-up da chitarra a svisare con più passione che virtuosismi, la chitarra statica ed espressiva di Turner e le discretissime ritmiche di White; quanto di più originale sia uscito dall'Australia negli ultimi 20 anni. Un paese un po' conservatore, forse più che altro per ragioni geografiche; fatto sta che i D3 si sono guadagnati la loro fama con una manciata di dischi strumentali, in cui si alternano soffici contemplazioni a dinamiche sfuriate, in cui ovviamente Ellis la fa da padrone. Sad & Dangerous è stato il primo della serie, con splendidi episodi come Kelly Kundane, You were a bum dream, Devil in the hole, quasi a creare una sorta di western cameristico profondamente radicato nel passato come sonorità, eppure terribilmente fresco nel suo intercalare atmosfere struggenti e paesaggi lontanissimi.

Dirty Three - Sad and dangerous (1994)

venerdì 13 marzo 2009

Diamanda Galas & John Paul Jones - The sporting life (1994)

Nell'anno in cui Page & Plant si riunivano senza neanche averlo contattato, JPJ sposava la causa Galas e provava l'esperimento. Sarebbe rimasto isolato, ma si sa che dei LZ lui era quello con le orecchie più aperte e disposto a cercare nuove strade espressive. Per conto, la demoniaca vocalist greco-americana, degna erede di Stratos, aveva già una consolidatissima carriera alle spalle fatta di avanguardia vocale. E cosa ne venne fuori da The sporting life?
Più che lecito, un incrocio fra le due esperienze. JPJ forniva produzione, basso e tastiere, la Galas il suo salmodiare tormentato e cavernoso, completati dal sessionman Thomas alla batteria.
Nulla di innovativo, per dir la verità. I pezzi migliori sono all''inizio e alla fine; Skotoseme è introdotto da un cupissimo incedere che sfocia in un mid-tempo avvincente e movimentato. Hex è un minimale movimento orientaleggiante caleidoscopico. Nel mezzo non è che succeda più di tanto: il motivo poliziesco di Do you take this man, il soul incendiario di You're mine, l'ambient di Last man down squarciata dalle urla assatanate. Che poi alla fine sono lo snodo centrale di tutto il disco, che possono essere molto interessanti o molto disturbanti a seconda dei punti di vista (per me è la prima). Peccato per quei blues ultra-stereotipati che riempiono la fase centrale; per la Galas possono essere anche stati divertenti per provare qualcosa di convenzionale per la prima volta nella vita, ma si ha l'impressione che il leggendario bassista li abbia eseguiti un po' svogliatamente.....

Diamanda Galas & John Paul Jones - The sporting life (1994)

giovedì 12 marzo 2009

Rex - C (1996)

Amabilissimo trio che durò lo spazio di 3 anni, con un disco all'anno, che seguii con molta attenzione all'epoca. C'era dentro anche Scharin, proveniente dai Codeine e contemporaneamente nei June of '44. Harvey e Spirito ne erano l'anima musicale, in questo C aiutati da Billingsley agli archi, che assumevano un ruolo importantissimo nell'economia della band. Soltanto un anno prima c'era stato il debutto omonimo, estremamente lo-fi ed evocativo. Con questo invece i Rex tornavano un po' sulla terra, la registrazione era molto più curata e professionale. I manifesti sono la splendida Critella, pigra ballad crepuscolare, Audrey la mort indolente strumentale dagli intermezzi graffianti, l'epica title-track che fra ondate di violino sviluppa una piccola suite dai toni magici. Bellissime anche; la corale All Waves, l'altro strumentale Porcelain, dalla pastoralità cinematica finissima. La cupa New dirge anticipa di pochi anni certi movimenti mogwaiani, coda rumoristica e scatenata inclusa. Altrove si è un po' più legati alla forma canzone, con un folk-rock gentile ed intenso a completare un disco bellissimo, come anche le altre due prove di questa band forse durata troppo poco.

Rex - C (1996)

Giardini di Mirò - Rise And fall of academic drifting (2001)

Questi sì che sono un orgoglio nazionale, altro che i Verdena.
Attivi da oltre un decennio i GDM si sono fatti valere per le loro qualità creative ed esecutive, seppur aleggi sulla loro produzione l'influenza evidente di certi schemi d'oltremanica.
Immagino che ai ragazzi reggiani scocci parecchio, ma è innegabile che i Mogwai (in particolare quelli di Come on die young) abbiano esercitato una certa risonanza su questo disco. Peraltro splendido, viene da dire all'ascolto soltanto della seconda traccia, Pet life saver, uno scroscio di spleen (con tanto di canto indolente) con sviolinate struggenti nel finale.
Ma tutto il disco vive di una propria anima, che svaria dal malinconico all'energico, dall'ipnotico alle cascate noise. Le tessiture chitarristiche guidano queste mini-suite in labirinti dal fascino indiscutibile; la rielaborazione viene passata sotto una lente padana di tutto rispetto.

Giardini di Mirò - Rise And fall of academic drifting (2001)

mercoledì 11 marzo 2009

Kopernik - Kopernik (2003)

Più che un disco, una inusitata colonna sonora di evanescenza ambientale.
Ma non è un ambient canonica o quanto si potrebbe pensare; ciò che elaborano i Kopernik nel loro esordio non è neanche musica da camera, nonostante lo strumento principale sia il violoncello.
E' una mistura di tutto questo, nel quale si possono scovare ascoltando molto bene certi ricordi di corrieri tedeschi: l'algido pulviscolo atmosferico emanato dal duo è un flusso continuo senza percussioni, immerso in una cortina di sensazioni indefinibili, che non è nè malinconico nè enfatico, nè allegro nè pomposo.
Un ascolto impegnativo quanto affascinante.

Kopernik - Kopernik (2003)

Goatsnake - Flower of disease (2000)

Una cosa che non riuscirò mai a capire è per quale assurdo motivo Greg Anderson, dopo la fondamentale esperienza Engine Kid, sia finito a formare questo gruppo con la sezione ritmica degli Obsessed e il cantante dei Wool, per dare vita praticamente ad un imitazione dei Black Sabbath più doom'n'gloom.
I cambiamenti ci possono stare, per carità; è giustissimo che un musicista cerchi di reinventarsi, di mettersi in discussione, di non restare ancorato alle stesse cose. Ma che passi da un genere originalissimo come il jazz-hardcore slintiano dei grandissimi EK ad un doom ultra-canonico, proprio non la metto da nessuna parte. Ciò non toglie che, per i fans del genere (e mi ci metto dentro anch'io), Flower of disease sia un disco validissimo, secco e compatto di hard-rock nero pece. Anzi, ricordo che un invasato Beppe Riva, ai tempi, sbandierava i Goatsnake come la diretta incarnazione dei primi Black Sabbath. E come dargli torto? Addirittura in certi pezzi compare l'armonica, e il pensiero vola diretto a The wizard...
Ma ciò non serve assolutamente a giustificare la perdita così netta di autonomia ed originalità musicale per un personaggio come Anderson.

Goatsnake - Flower of disease (2000)

martedì 10 marzo 2009

5ive Style - 5ive Style (1995)

Piccola esposizione per questo estemporaneo trio che debuttò nel 95 su Sub Pop, grazie alla presenza del batterista dei Tortoise Herndon. Fecero anche un tour insieme alla ben più famosa tartaruga, ma non mi si venga a parlare di post-rock, col quale i 5S non c'entravano proprio niente. Ciò che il trio confezionava a regola d'arte era un funk gradevole e secco quanto basta per farsi apprezzare dal pubblico alternative, che traeva le proprie origini neanche dalla wave dei Gang Of Four o simili, ma addirittura da quel tipico sound '70 che tanto ci è familiare per la celeberrima siglia di Starsky & Hutch, purgato di sezioni fiati o pesantezze affini.
In cattedra il chitarrista Dolan, pungente e scorrevole; appare lui l'ispiratore dei 10 pezzi, anche se ovviamente nulla sarebbe stato senza la sincopata sezione ritmica di Herndon e Bach. Da rimarcare anche gli interventi dell'elemento aggiunto Jacobsen (Lonesome Organist), ad ingrassare in quà e in là con le stratificazioni d'organo, quasi di rigore per l'occasione.
Un ascolto disimpegnato e freschissimo, che piace anche per la tecnica esecutiva notevole.

5ive Style - 5ive Style (1995)

Grandaddy - Under the Western Freeway (1997)

Ricordo, ci fu un gran parlare dei Grandaddy all'epoca dell'uscita di questo disco.
A me personalmente non hanno mai entusiasmato tanto, sarà per quel mix di Flaming Lips e Pavement, ma con una componente cantautoriale molto più marcata (tutte le songs sono del cantante Lytle) che potrebbe essere il punto di forza o di debolezza, dipende dai punti di vista.
Tutto Freeway è contraddistinto da questa ambivalenza stilistica, oltre che da un impianto sonoro abbastanza rustico, disturbato però da subalterni effetti elettronici del tastierista Dryden.
Ciò che non manca però sono le songs molto belle e riuscite, come l'iniziale Nonphenomenal Lineage, delicatissimo ed intricato bozzetto che Coyne avrà invidiato parecchio (la voce di Lytle è un falsetto che lo ricorda abbastanza). Laughing stock velocizza il ritmo ed indurisce il sound senza perdere un'oncia di intensità, mentre la commovente Why took your advice giustifica l'entusiasmo per un autore, Lytle, dal tocco molto sensibile.
Peccato che si perdano in pedanti e pesanti pezzi come AM 180, Summer here kids, o stucchevolezze eccessive come Everything beautiful is far away, Go progress Chrome, degne soltanto degli ultimi, diabetici Flaming Lips.
Quindi un disco molto altalenante, che sa di occasione perduta; i Grandaddy sembrano sospesi in un ponte fra discrezione ed esuberanza che non li (ha) porta(ti) da nessuna parte.

Grandaddy - Under the Western Freeway (1997)

lunedì 9 marzo 2009

God Bullies - Dog Show (1990)

Formazione della gloriosa scuderia Amphetamine Reptile a farsi carico di un sound disastroso e fuori di testa ma al tempo stesso terribilmente lucidi, altamente politicizzati e carichi di odio.
Con il canto tenebroso di Hard, la chitarra eclettica di Livingstone e un impatto frontale di prima categoria, nonostante una registrazione non proprio memorabile, Dog Show è un disco impressionante per varietà di atmosfere. Certi momenti sono così allucinati che il loro noise affonda in una specie di space-rock nell'accezione dei Chrome, (2+2, I am invisible) ed in un certo senso Helios Creed sembra essere proprio il nume tutelare di Livingstone. L'inserimento di inquietanti recitati su sfondi cut-up serve a spezzare l'angoscia di mattoni come Let's go to hell, Cemetary, Like it like that (che sembra un incrocio fra i Sisters of Mercy e i Chrome).
Nel finale il country delirante di Abigail strania per l'effetto sfumato che il disco assume, alla luce di una manifesta abilità dei GB nel saper mixare le sonorità in modo tutt'altro che casuale.

God Bullies - Dog Show (1990)

domenica 8 marzo 2009

Hugo Largo - Mettle (1989)

Un'esperienza unica e forse irripetibile, ai limiti del classico aggiornato alla new-wave, il cameristico incestuosamente applicato al dream-pop degli anni '80; gli Hugo Largo hanno fatto tesoro di un matrimonio ambizioso quanto clamorosamente ispirato. Mettle fu il secondo ed ultimo (purtroppo) passo verso una forma musicale ultraterrena spinta da eleganza da vendere: la totale assenza di batteria viene sopperita da 2 bassi che suonano come chitarre discrete e gentili, il violino riverberato avvolge con perizia ed atmosfericità, e sopra tutto la voce idilliaca e sensuale della Goese, autentica sirena che emerge dalle oscurità per illuminare il passaggio di questo disco.
Che non lascia un'attimo di emozione, ne dispensa a tonnellate nonostante l'impianto sonoro sia limitato; le 8 songs sono una più bella dell'altra, passando dal malinconico all'etereo, dallo spettrale all'allegorico.
Autentico capolavoro di soffice bellezza.

Hugo Largo - Mettle (1989)

sabato 7 marzo 2009

Joan Of Arc - A portable model of (1997)

Una bella differenza dai Cap'n Jazz, scioltisi da un paio d'anni: la potenza eversiva e dissacrante si dissolveva, evaporava in una densa nebbia electro-folk per Kinsella che dava inizio al suo progetto più longevo, tutt'ora attivo nonostante sia praticamente personale, con chi gli capita.
Portable model of focalizzava il suo tiro con una musica altamente riflessiva, prettamente acustica ma guarnita abbondantemente da bleeps, effetti elettronici e i tipici cori stonati che tanto avevano caratterizzato i Cap'n Jazz. Soltanto che qui non è che siano tanto coerenti con l'obiettivo finale: le sonorità sono interessanti, non molto distanti da quanto stavano facendo all'epoca i rimpianti Van Pelt. Ciò che mancano sono soprattutto le canzoni, non v'è n'è nessuna particolarmente memorabile, e alla fine del disco mi trovo alquanto annoiato.

Keith Jarrett - The Koln Concert (1975)

Ascoltai per la prima volta questo disco a casa di un mio ex-collega audiofilo ai limiti della follia, che aveva in casa un impianto da 40-50 milioni (lire), con dei valvoloni esposti grandi come dei vasi, grande appassionato di jazz, aveva tutto il catalogo della ECM, e così via. Mi prestò alcuni cd ma Koln Concert no, disse che per un motivo affettivo quel disco non poteva mai uscire dalla casa.
E ci credo; il primo movimento di questo live che nacque nella situazione più disastrata possibile per Jarrett (piano scarso, a digiuno, stanco, etc..), è quanto di più bello le mie orecchie abbiano sentito in tema di elucubrazioni pianistiche. Part I dura 26 minuti ed è un brivido, una pelle d'oca anche al 1000esimo ascolto, è quanto di più immortale possa esser stato improvvisato da un extraterrestre del pianoforte. Vagando fra il malinconico, il disincantato, il solare, il meditativo e il festaiolo, la suite è un autentico caleidoscopio di emozioni che si rincorrono tramite l'infinita tecnica del baffuto sostenuto da ispirazione divina.
La Part II divisa in 3 movimenti, inevitabilmente soffre il confronto con il climax ma sono dettagli minimi: sarebbe riduttivo dire che Jarrett esplora tutto il possibile, perchè se fosse durato un altra ora o due probabilmente avrebbe trovato nuove soluzioni nella sua improvvisazione. Neo-classico, neo-jazz, new-age, quello che è, The Koln Concert è musica fuori da ogni tempo, di un umanità e calore impressionanti, testimoniati dai battiti sordi sui pedali, dalle brevi cantatine in sottofondo che ogni tanto gli scappano, e ancor di più da quei brevi gemiti di goduria, in un teatro immobilizzato nel silenzio che alla fine lascia fluire un applauso interminabile quanto composto.

Keith Jarrett - The Koln Concert (1975)

venerdì 6 marzo 2009

Jackie-O Motherfucker - Liberation (2001)

E' pressochè impossibile star dietro ai JOM, credo di aver ascoltato gran parte della loro discografia ma senza ottenere un senso logico. Un gruppo fondamentalmente impro, del quale ammiro la capacità di sapersi reinventare praticamente ogni volta, all'insegna del comune denominatore della follia, dello smantellamento dei generi tradizionali seppur appartenendone indelebilmente.
Una proposta comunque molto ostica, col grande capo Greenwood alla guida perenne (in stato non lucido) e una rotazione di gente incalcolabile. Il chitarrista dà il la con flebili scosse post-blues, arpeggi di una pigrizia notevole, micro-distorsioni folk, su questo Liberation, una tappa in cui le precedenti ascendenze jazz vengono totalmente accantonate in favore di un sound che può ricordare, in certi momenti, i Grateful Dead di Aoxomoxoa o i Pink Floyd di Zabriskie Point, con le dovute molle ovviamente. I contesti sono slabbrati, totalmente confusi e annebbiati, con violino e sax a mischiare ancor più le carte, qualche vibrafono cosmico a sagomare il sottofondo.
Ma nel marasma generale i JOM si degnano di infilare, proprio nel mezzo, quasi a fare un favore all'ascoltatore, un pezzo composto: Something in your mind, a parte il cantato improponibilmente stonato, è squisita ballata da far invidia a Will Oldham.

Jackie-O Motherfucker - Liberation (2001)

giovedì 5 marzo 2009

Kitchens of Distinction - Strange Free World (1991)

Un bel dischetto di pop inglese aggiornato alla post-wave, con uno spruzzo di psichedelia, toni vagamente 4AD, quasi una versione più movimentata e sveglia dei Breathless.
Ai primi ascolti piace e coinvolge, così come tutti e quattro i loro dischi. Non si può certo dire che non sia un sound frizzante, che piacerà a chiunque sia appassionato un minimo della wave più leggera; le chitarre sono profonde e riverberate per colorire quanto bastava il loro sound, la sezione ritmica balzellante e decisa, le songs avvincenti e appassionate.
Ciò che però alla lunga stanca è un'eccessiva, se non ossessiva, monocromaticità e ripetizione degli stessi temi fino allo sfinimento. Un vero peccato per un gruppo dal potenziale commerciale enorme, che però si è dissolto nell'anonimato più completo, senza riuscire a confezionare un colpo rilevante nel pur scarso panorama brit-rock.

Kitchens of Distinction - Strange Free World (1991)

mercoledì 4 marzo 2009

Le Stelle Di Mario Schifano - Dedicato A... [1967]

Inutile ri-sottolineare la mansione pionieristica di questa meteora che resta scolpita negli annali, come primo storico gruppo italiano psichedelico della storia in assoluto, come primo progetto artistico multimediale (anche se il gruppo si era formato prima di conoscere Schifano) e come coraggio per una terra conservatrice e retrograda come la nostra. Chiaramente restarono un culto ultra-sotterraneo per pochissimi, e non oso immaginare l'emozione e l'intensità di quei mesi, per chi abbia avuto la fortuna di esserci, di godersi il primo attimo di ribellione artistica in campo musicale, che secondo me fu l'equivalente di ciò che aveva fatto un'anno prima Antonioni con Blow Up. Occorre poi considerare che in quello stesso anno uscivano il primo dei Pink Floyd, il primo dei Red Krayola era del '66 (ma era praticamente impossibile che in Italia fosse arrivato per tempo), e l'impresa delle Stelle assume ancor più valenza storica.
Proprio al gruppo di Thompson mi sento di avvicinare il quarto d'ora abbondante di Le ultime parole di Brandimante, degenerato free-form sballato oltre misura eseguito dal quartetto allargato ad ospiti: l'immensa genuinità si coglie nel primo minuto in cui le voci dei musicisti che si accordano come partire, quel "piano! mi spacchi le orecchie!" che prelude all'anarchia totale che regna sovrana. Tutta la suite procede in un unica tonalità, come una via lattea che si disperde senza controllo, in cui la chitarra di Orlandi si distingue dal resto con digressioni velenosissime, quasi un'anticipo dei timbri che pochi anni dopo riprodurrà Karoli dei Can.
Girando il vinile, le Stelle si avvicinano un po' al suolo, ma il livello è ancora alto, anzi, Molto Alto. Breve e baldanzoso fuzz chitarristico, melodia lamentosa, liriche allucinate. Poi si sprofonda nel bucolico con Susan song, con flautino pastorale e toni sognanti. E dopo e Intervallo sono fondamentalmente screzi di beat inacidito, con zero stravolgimenti, quasi a far tornare la tendenza alla jam. Il finale di Molto lontano riporta alla Swingin' London, all'Ufo, sembra impossibile ancora oggi che due veneti, un romano e un piemontese potessero librarsi in un volo così pindarico.
L'anno dopo le Stelle diedero alle stampe un singolo, contrassegnato da una caduta di stile clamorosa verso il pop-beat uniforme. Subito dopo si sciolsero.

15/06/2009 New link recovered
Le Stelle Di Mario Schifano - Dedicato A... [1967]

martedì 3 marzo 2009

Lou Reed - Berlin (1973)

Da un vero artista sprezzante delle mode e dei successi, Berlin è succoso disco ambiguo e pregno di lussuria. Innanzitutto fu una rottura dal punto di vista strettamente tecnico: dallo zero dei Velvet Underground al 1000 dei Jack Bruce, i fratelli Brecker, Winwood, orchestra e quant'altro, uno staff di livello principesco per un disco che straborda di arrangiamenti, fra l'operistico e il vaudeville, ma attenzione; l'accezione è puramente reediana, il compositore è sempre lui, il tocco d'autore lascivo e sporco d'astuzia è sempre quello.
Un disco che ha necessitato di decenni per essere rivalutato, ma tanto è stato così anche per i Velvet, non è vero? L'immediatezza di Transformer, che pur conteneva quelle 2-3 chicche storiche ed immortali, viene mandata letteralmente a puttane. Ma ciò non toglie che il concept (gli argomenti sono scabrosi come da tendenza, la droga la fa sempre da padrona) non sia da apprezzare quasi in toto, con le vette di Sad Song, Lady Day, How do you think it feels, Caroline says.
E verso la fine, l'estasi suprema con l'unico pezzo praticamente acustico, per me il più bello dell'intera carriera: con una scarna acustica, un filo di organo e un filo di voce, The bed è una camera che prende il volo con cori angelici, la poesia perversa quanto paradisiaca, il colpo del maestro svogliato, la coda allucinogena, e tutto ciò che ci va attorno.
Senza minimamente ridurre il resto, per me Berlin è il disco definitivo di Reed, e non solo per The bed (solo in gran parte :-)).

Lou Reed - Berlin (1973)

lunedì 2 marzo 2009

Mark Lanegan - The winding sheet (1990)

Col passare degli anni Lanegan è diventato parecchio somigliante a Tom Waits, il che è una cosa curiosa ma non così casuale; se esiste un suo adeguamento all'era grunge e a stilemi folk americani, il catramoso vocalist di Seattle è più che attendibile erede del crooner. Debuttando con questo foglio volante, l'allora lungocrinito evadeva il variopinto hard-rock degli Screaming Trees con una raccolta intimistica, ispirata ed ariosa, composta a 4 mani con il fido Johnson profugo dei tardi Dinosaur Jr.
Ben 13 pezzi prettamente acustici solcano le riflessioni di Lanegan, con una forte tendenza al malinconico / autunnale, improntate su chitarre acustiche pigre, violini, e poco altro.
Poche le eccezioni con sezione ritmica. Fra cui la bomba dell'apertura: Mockinbirds è rimasto a tutt'oggi il vertice assoluto della sua carriera, ballad elettrica drammatica in cui Lanegan esplora la sua (non eccessiva) estensione vocale, con un bridge mozzafiato. Tutto il disco purtroppo risentirà del confronto, non per la povertà dei mezzi, ma puramente per la sua eccessiva bellezza. Si segnalano comunque Wildflowers, The winding sheet, Ugly Sunday, ruspanti dichiarazioni al mondo di un disagio, purtroppo segnato dai profondi abusi di droga. E nel finale la cover Where did you sleep last night, in netto anticipo sui Nirvana, che mutueranno molto delle atmosfere generali di questo disco quando sbancheranno il mondo con l'Unplugged.

Mark Lanegan - The winding sheet (1990)

domenica 1 marzo 2009

Low - Long division (1995)

Nacquero quasi per scherzo, per contrastare il grunge in voga ai loro esordi. I Low sono sempre stati la sublimazione del loro stesso nome, il perfetto weak-trio che punta tutto sull'atmosfera e sulla tranquillità. L'estremizzazione statica dei Codeine, il Neil Young debilitato fino allo svenimento, una forma rustica ed angelica che quasi si dissolve nella propria inconsistenza.
Arrivando ai giorni nostri, le loro opere si sono fatte un po' prevedibili, senza sostanziali cambiamenti nonostante il tentativo di rinvigorire un po' le strutture. Ma almeno i primi 2-3 dischi sono stati essenziali per apprezzarli, specialmente questo Long Division che è piccolo capolavoro di ghost-folk tenuto in vita piu che altra dai cori aggraziati e delicati della Parker e di Sparhawk, che risaltano splendidamente in Caroline, Throw out the line, Shame, Below Above.
Armonie che si faranno amare da fan dei Cowboy Junkies e Red House Painters, che esplorano il vero rumore dell'anima.
In sostanza, un nome da podio secondo me, una spanna sotto i giganti.

Low - Long division (1995)