giovedì 12 novembre 2009

May Blitz - May Blitz/The 2nd of May (1970/71)

Curiosa la genesi dei MB. Si formarono nel 1969 e nel giro di pochi mesi i due fondatori lasciarono a colui che era arrivato dopo, cioè il drummer Newman, che recuperò due canadesi per completare il gruppo. Questa ristampa chiuse il discorso sui 2 unici dischi incisi da un power trio abbastanza interessante persino per le produzioni degli anni in questione. La si potrebbe definire una versione edulcorata dei Groundhogs; la matrice di partenza era senz'altro il british blues, ma i MB lo contaminavano con idee melodiche molto ricercate, dando precedenza alle composizioni e scartando a priori qualsiasi tipo di sbrodolatura tecnicistica che, visto il medio livello dei tre, sarebbe peraltro stato fuori luogo. L'esordio omonimo si apriva con quella che senza dubbio è stata la loro miglior creazione, quell'articolatissima Smoking the day away che in un solo colpo abbina cupi fraseggi alla McPhee a contorsioni progressive in 8 minuti ad altissima tensione. Se tutto il disco fosse stato così, saremmo stati qui ancora ad onorarli dopo 40 anni. I toni si smorzano e vengono fuori anche delle belle ballad come Dreaming, Tomorrow may come. Poi c'è spazio anche per un funk convulso come Fire queen o un pastorale epico come Virgin waters.
Il secondo e terminale prodotto dell'anno successivo, si apriva in modo contraddittorio, con il massiccio incalzante heavy metal di For mad men only e le sulfuree emissioni sabbathiche di Snakes and ladders. Ma in realtà il proseguio si rivela alquanto confuso e disordinato; da un lato un trio di ballads eccessivamente stucchevoli, come a cercare il successo commerciale, dall'altro qualche divagazione jazz-rock ben poco piazzata. Quasi come voler fare i Patto senza avere tanto talento nè stoffa, partendo da presupposti improbabili, vista l'assoluta unicità di Halsall & co.
Concludendo, i May Blitz restano un nome minore dell'area Vertigo degli anni d'oro, ma almeno Smoking the day away merita un posto nelle playlist ideali.

May Blitz - May Blitz/The 2nd of May (1970/71)

mercoledì 11 novembre 2009

Mark Kozelek - Little drummer boy (2006 Live)

Vogliamo concedergli un'autocelebrazione? Vogliamo perlomeno tributargli un debito?
Da una decade buona Kozelek vive in un limbo indefinito, in cui raschiare il barile è parola d'ordine, fra album stiracchiati e stanchi, quintalate di cover, libri celebrativi e tentativi di diventare attore. Mi rendo conto di non essere molto generoso nei confronti dell'uomo, ma la severità è dovuta essenzialmente alla mia malcelata avidità di brividi stellari, la cui vena purtroppo è irrimediabilmente inaridita. Suona come una maledizione, eppure è stata proprio la chiusura della premiata ditta Red House Painters a segnare la fine di un epoca che già stentava ad eguagliarsi disco dopo disco. Sembra che l'uomo abbia dato fondo ad una ispirazione che aveva gli anni contati, una miniera limitata, per formarsi la base e poi vivacchiare di rendita.
Questo live solitario registrato fra America, Londra, Canada e l'amata Scandinavia, non fa altro che gridare vendetta, proprio perchè il buon Marco continua a snobbare quegli anni dedicandogli la miseria di 4 pezzi su ben 20. Non avendo nessun diritto arbitrario per protestare, basterà sbrigare la pratica dicendo che resta un gran bel sentire la voce limpida e sospirata accompagnata dalla sua chitarra e da quella di Carney, manco a farlo apposta ex-RHP del secondo periodo. Ma tenere alta l'attenzione per così tanto tempo è un obiettivo che riuscirà con i fans più costanti. Io fondamentalmente tendo a skippare sempre per soffermarmi su quelle maledette 4 songs. Katy Song, Bubble, Mistress, Down colorful hill.
Maledette perchè, dopo tanti anni ed in una nuova intima forma, riescono ancora a farmi uscire la lacrimuccia. Per grazia e bontà delle emozioni immortali.

Mark Kozelek - Little drummer boy (2006 Live)

martedì 10 novembre 2009

7K OAKS - 7000 Oaks (2008)

Un tomo di difficile reperibilità che mi è capitato in mano, richiestomi da chissà chi e in chissà quale circostanza...
Non essendo propriamente un esperto del genere impro-free-jazz, sono rimasto scosso all'ascolto di questo delirio caotico e denso di manifattura per 3/4 italiana, fra cui Pupillo il bassista degli Zu, con l'aggiunta di Hart, personaggio tedesco di 60 anni molto rinomato nell'ambiente.
Choccante, imprevedibile e ricco di soluzioni, il disco si snoda in un blob imprendibile con apparente continuità. Non proprio un sottofondo per club, poco ma sicuro, il sound magmatico dei 7K Oaks si compone dei fiati spigolosi di Hart, del piano dissonante di Venitucci, del basso sismico di Pupillo e della batteria svolazzante di Spera. Menzione speciale per la traccia Foxp2, dal crescendo terrificante e dalle tessiture misteriosamente dilatate.
Nella più viva speranza che la persona destinataria abbia fatto un buon uso di questo difficile e scottante oggetto...

7K OAKS - 7000 Oaks (2008)

lunedì 9 novembre 2009

Modern English - Mesh And Lace (1981)

Caustici e corrosivi, questi ragazzi inglesi vennero alla ribalta soltanto due anni dopo l'esplosione del dark-punk ma ebbero modo di fare la voce grossa con questo debutto esplosivo su 4AD.
Erano un mix di tutto il meglio che ci fosse in giro all'epoca. Il senso epico più scuro degli Echo & The Bunnymen, le visioni isteriche meno disincantate dei Teardrop Explodes, la seriosità elegante dei primissimi Spandau Ballet, le derive insane dei Bauhaus, e portavano in dote un manipolo di songs poco meno che memorabili.
Lo psicodramma della title-track è esempio di impavido aggirarsi fra debolezze melanconiche ed energici tribalismi. Gathering dust è un devastante motorik spaziale. Gli inferi martellanti di 16 Days, le meditazioni di Grief, i canali foschi di Black Houses, gli U2 corrotti dai Joy Division di Smiles and laughter, sono gli highlights di un disco che altrove cerca di estremizzare il funk bianco che si prendeva un altra buona fetta di mercato all'epoca.
Il potenziale per esplodere e fare un'ottima carriera quindi c'era senz'altro per il quintetto, se non chè l'anno successivo furono protagonisti di una choccante svolta commerciale, con un solo fuoco di paglia e gli stenti successivi fino allo scioglimento, avvenuto nel 1990.

Modern English - Mesh And Lace (1981)

domenica 8 novembre 2009

Slint - Live at the Cartonnerie, Reims 03/03/2005

Live messo a disposizione su una pagina web dedicata (sembra quasi paradossale, ma non hanno un vero e proprio sito!), per questo concerto registrato soundboard in Francia nel tour di riunione del 2005. Con 3/4 della formazione originale e l'aggiunta del fratello di McMahan, gli Slint semplicemente rimettevano in tavola il loro sound originale, senza nulla togliere nè aggiungere.
Per quale motivo? Si potrebbe malignamente immaginare che sia stato un favore di Pajo, che negli anni ha sempre dimostrato di poter sbarcare il lunario in modo poliedrico ed intelligente, a McMahan e Walford, che hanno più o meno stancamente vivacchiato nei 3 lustri. Ma può anche esser stato il concetto "andiamo a suonare in Europa, meglio tardi che mai, visto che allora non ci rendevamo conto". Il set ovviamente non ha scelte oceaniche da compiere, quindi si potrebbe fare prima a scoprire quali non hanno fatto, ovvero un paio di Tweez. Da cui, in compenso, sbuca fuori l'inedito Pam, outtake della quale mi chiedevo la provenienza parlando di un bootleg del 1989. Mandato accuratamente a memoria quest'altro capolavoro di post-hardcore astratto, viene proprio da chiedersi chi fosse questa Pam, dato che la tracklisting di Tweez aveva esaurito la rosa dei nomi dei loro genitori, più il bonus del cane di Walford....

Slint - Live at the Cartonnerie, Reims 03/03/2005

sabato 7 novembre 2009

MX-80 Sound - Out of the tunnel (1980)

Mea culpa, li avevo sentiti anni fa una sola volta e mi erano scappati. Oggi, ripescandoli, scopro questo disco assurdo ed un quartetto testardo come un mulo, roccioso come il granito ed estroso come ogni artista avanti rispetto alla propria epoca.
Provenienti dalla gloriosa San Francisco di fine anni '70 (ehm, però lasciamo stare i Tuxedomoon di cui ho parlato male giusto due giorni fa), i MX-80 sound hanno creato una sorta di avant-noise-art-core-pop astruso e fuori da ogni canone con questo Out of the tunnel, all'unanimità riconosciuto come apice della carriera. Volutamente violento ma con melodie epidermiche addosso, sincopato e follemente lanciato, tecnico e pazzoide, il disco è un autentico capolavoro.
Nonostante il lavoro d'insieme sia importantissimo, il protagonista primario è il chitarrista Anderson, un terrorista scatenato che scaglia accordi come granate e assoli come coltelli affilatissimi. Il mixaggio però rende giustizia anche alla poderosissima sezione ritmica di Sophiea e Malhoney, un martello pneumatico micidiale. Completava la line-up Stim, cantante beffardo ed aspro sassofonista addetto a seminare ulteriore panico nella guerriglia.
Ovvero, come se Captain Beefheart si fosse contaminato col punk più intransigente. Tutti e 9 i pezzi sono letteralmente choccanti e spiazzanti, con la mia preferenza personale per Follow that car e Fender Bender. Ma non c'è un momento in cui la tensione cali, con gli scarti ritmici implacabili, le staffilate acide e letali di Anderson ed un senso di oppressione costante, sempre con un occhiolino alle melodie più angolari possibili.

MX-80 Sound - Out of the tunnel (1980)

venerdì 6 novembre 2009

Stooges - Fun house (1970) (RMS 2005)

Non dico una parola sul disco, chè qualsiasi commento è perfettamente inutile. Penso a chi non lo conosce, penso a chi non lo riconosce per quello che è, ma penso anche a chi lo porta in mano e lo conosce come le proprie tasche. Io ovviamente sono della seconda categoria, e voglio soltanto puntualizzare una cosa, cioè non si cita mai abbastanza il merito di Gallucci, il produttore. Ritengo il
suo lavoro assolutamente fondamentale nel rendere questo solco un capitello portante del rock tutto, dal suono fenomenale della batteria ai riverberi della chitarra e i rimbombi del basso.
Detto questo, l'obiettivo è il bonus disc con due inediti e le varie alternate takes di rito, che avranno fatto la gioia dei Funhouse-junkies, e che come prevedibile è stato stroncato dalla critica. I pezzi furono incisi live in studio e si può evincere che le prime takes furono abbastanza mosce e con un Pop non troppo convinto e poco tirato. Ma nel mazzo si trovano perle come ben due versioni allungate della title-track, con la jam allungata di oltre 2 minuti rispetto alla definitiva, oppure la extended take di 1970, entrambi con un McKay scatenatissimo e fuori di testa.
Gli inediti non aggiungono un granchè alla sostanza e si capisce perchè restarono fuori. Lost in the future è un lento malsano e stentoreo, e buon per i 4 che decisero che Dirt era già il top che si potesse ottenere nel ruolo dell'argine rallentatore della piena. Slidin' the blues non è altro che una jam improvvisata sul momento, in un unica tonalità. Una sorta di botta e risposta fra Ron Asheton e McKay, senza tanto costrutto.
Ma noi tossici della casa del divertimento possiamo digerire anche tutto ciò, pur di drizzare le orecchie e cogliere le differenze, come in un gioco enigmistico facile facile.

Stooges - Fun house (1970) (RMS 2005)

giovedì 5 novembre 2009

Tuxedomoon - Scream with a view / Half Life (1979/80)

E' sempre difficile parlare di qualcosa che non piace, ma l'obiettivo di TM è analizzare la musica a prescindere, senza esclusioni di sorta. Farò in fretta, però, perchè non mi piace parlare male, specialmente di un gruppo di culto che nasce da una scena a dir poco storica (San Francisco fine anni '70), si evolve in Europa e continua tutt'oggi a pubblicare dischi.
All'avanguardia, quindi. Glacialmente, con distacco, con arrangiamenti minimali e scarnificati. Involuti, concentrati a sviluppare temi ossessivi ed emotivamente più distanti della luna. Qualche bel giro di violino cattura l'attenzione, qualche pezzo con la batteria sviluppa un synth-anti-pop da discoteca dark. Oggi ho ascoltato questo mix che raccoglie primo EP e primo LP per ben due volte, senza trovarci un senso o un interesse.
Come sempre, è esclusivamente colpa mia.

Tuxedomoon - Scream with a view / Half Life (1979/80)

mercoledì 4 novembre 2009

Truly - Fast stories from kid coma (1995)

Esemplare di power-trio americano in cui il leader misconosciuto veniva spalleggiato da un paio di gloriosi reduci delle prime ore grungy. Yamamoto e Pickerel avevano mancato di pochissimo l'incasso delle vacche grasse, e cercarono in qualche modo di rifarsi affidandosi al cantautore Roth, che aveva in testa un idea abbastanza inedita, quanto ardita: creare una variante di grunge sinfonico, epidermico e talora venato di tastiere progressive.
In realtà esistono due categorie di songs in questo album d'esordio; quelle scure e livide grungy in stile Soundgarden (escluso Cornell, con al posto la voce indolente e romantica di Roth), come le trascinanti Blue flame ford, Four girls, Blue lights, Leslie's coughing up blood, Soul slasher, tutte da manuale seattleiano, seppur fuori tempo massimo (il disco uscì per una major, ma fu il primo e l'ultimo, ovviamente).
Per cui i pezzi che interessano di più sono, per l'appunto quelli progressive. If you don't let it die profuma di West Coast 1969 con piano e slide, ma quando il pezzo finisce inattesa arriva una gelida folata a scendere di mellotron. Nulla di innovativo, ma una trovata veramente ad effetto.
Hot summer 1991, come unire i Led Zeppelin ai King Crimson, con splendido break centrale. In Angelhead ancora il leggendario mellotron mena le danze insieme al piano Fender, un pezzo drammatico sfregiato da abrasioni di elettrica e le urla agghiaccianti di Roth nel ritornello. E non poteva mancare un'epica suite sopra i 10 minuti, Chlorine, complicata escursione nei meandri di questo prog-grunge che Roth perlomento provò a sviluppare con tenacia, passione e grinta. Risultato, un mix fra i Sabbath di Megalomania e i misconosciuti Spring.
Seguirà un secondo capitolo assolutamente inqualificabile, poi lo scioglimento. Sembra si siano riuniti proprio quest'anno, e siccome non vedo proprio obiettivi di fare cassa, rispetto.

Truly - Fast stories from kid coma (1995)

martedì 3 novembre 2009

Lycia - The Burning Circle And Then Dust (1995)

La miglior risposta possibile dall'America al colosso Disintegration dei Cure, in termini di dark rock atmosferico. Magari potrà sembrare un paragone buttato lì a casaccio, chè i Lycia sicuramente spingevano il piede sullo spettro più ampio possibile di panorami, ma nel quale ritrovo i migliori spiriti anneriti di uno Smith in bagno di estrema umiltà, che resterà testamento olografico. Una sorta di shoegaze gotico che rifugge gli stereotipi più malati ed ossianici del genere, in un tipo di operazione che negli intenti è stata intelligentemente rielaborata l'anno scorso dagli Have a Nice Life, ovvero: noi siamo dark dentro ma lo facciamo come ci pare a noi, senza copiare nessuno.
Non occorre essere fan specifici del genere per apprezzare questo doppio monolite di purezza cristallina che fu Burning circle. Sebbene tutti i 16 pezzi si mantengano su minutaggi abbordabili e il formato degli stessi sia legato alla forma canonica, c'è un senso di misticismo tale da non lasciare indifferenti, che si apprezzi o no il lungo e lineare cammino del disco. La voce rantolante appena udibile e la chitarra cosmica del leader VanPortfleet guidano le composizioni in altrettante processioni di malinconia universale, quasi tutte di una bellezza commovente.
Un viaggio davvero suggestivo ed avvolgente.

Lycia - The Burning Circle And Then Dust (1995)